mercoledì 17 gennaio 2018

Mitologia Genetica

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Una crepa divide il mondo dei vivi da quello dei morti

Su questa crepa sorge Northampton, la città inglese che ha dato i natali ad Alan Moore, epicentro di questa monumentale opera polifonica. È qui che l’umanità abbraccia l’abisso, dando vita a storie che intrecciano le visioni di William Blake ai vortici di James Joyce, le nere periferie di Charles Dickens ai vuoti lunari di Samuel Beckett. Dal creatore di Watchmen e V per Vendetta, un romanzo che sfida i canoni della letteratura contemporanea.
Nel mezzo miglio quadrato di decadenza e distruzione che un tempo era la capitale della Sassonia Britannica, l’eternità si aggira tra palazzoni a rischio di incendio. Incastonato nell’ambra sporca della storia del quartiere – tra i suoi santi, re, prostitute e derelitti –, si svolge un tempo umano diverso, una simultaneità sudicia che non distingue tra le pozzanghere color petrolio e i sogni infranti di chi le naviga. Demoni la cui ultima citazione risale al Libro di Tobia aspettano su scale che puzzano di urina, spettri delinquenti di bambini sfortunati scavano gallerie tra i secoli e nelle sale ai piani alti capomastri dal sangue dorato riducono il destino a un torneo di biliardo inglese. Vicoli scomparsi svelano la propria voce, nata da parole perdute e da un dialetto dimenticato, per raccontare leggende spezzate e sorprendenti genealogie, storie familiari di vergogna e follia. C’è una conversazione nella cupola colpita dai lampi della cattedrale di St. Paul, un parto sui ciottoli di Lambeth Walk, una coppia in crisi che trascorre una notte intera sui freddi gradini all’ingresso di una chiesa gotica e un bambino che per undici capitoli soffoca a causa di una pastiglia contro la tosse. Si sta allestendo una mostra e, sopra il mondo, un vecchio nudo e una splendida bambina morta corrono lungo gli Attici del Respiro verso la morte termica dell’universo.
Una sfarzosa mitologia per chi non ha nulla, attraverso le strade e le pagine labirintiche di Jerusalem percorse da fantasmi che cantano di ricchezza e povertà; dell’Africa, di inni e del nostro logoro millennio. Parlano dell’inglese come se fosse una lingua visionaria, da John Bunyan a James Joyce, discutono a lungo dell’illusione della mortalità post Einstein e insistono nel dire che lo slum peggiore in assoluto è l’eterna città santa di Blake. È il racconto di ogni cosa, dotato di un’immaginazione feroce e di una portata stupefacente, narrato da una fogna scomparsa.

(dal risvolto di copertina di: Alan Moore: Jerusalem, Rizzoli Lizard.)

moore

Il romanzo-incantesimo Ecco la magia di Moore
- Viaggio dell'autore di «Watchmen» nell'aldilà e nell'aldiqua: 1500 pagine di lucida follia... -
di Luca Crovi

È un'opera imponente il romanzo Jerusalem (Rizzoli Lizard) di Alan Moore. Ci sono voluti dieci anni per scriverlo (dal 2006 al 2016) ed è composto da un milione di parole che arrivano a coprire 1526 pagine di testo. Moore stesso ha raccontato di aver trascorso un decennio al servizio della scrittura «prestando una grande attenzione al linguaggio, alle sue variazioni e alla sua evoluzione nel tempo. Molto rapidamente ho avvertito la necessità di cambiare più stili. Scrivere nel modo di Joyce, Beckett o Enid Blyton sotto acidi è stato necessario per evitare di affondare nella noia e nella monotonia». Ma chi prenderà in mano la sua storia si accorgerà che sono molti di più gli stili narrativi da lui adottati e molto di più sono le facce (o maschere) della letteratura inglese che si è divertito a indossare: ci sono narrazioni che rimandano esplicitamente a H.P. Lovecraf, a William Blake, a Lewis Carroll, a Arthur Conan Doyle, a Charles Dickens. Il titolo dell'opera omaggia esplicitamente l'inno inglese Jerusalem composto dal musicista Hubert Parry su testo di Blake che racconta come Gesù, secondo una leggenda apocrifa, abbia raggiunto assieme a Giuseppe di Arimatea la città di Glanstosbury e che qui si siano avverate alcune profezie del Libro dell'Apocalisse. Tutte le storie raccontate nel romanzo avvengono a Northampton. Eventi storici, eventi familiari ed eventi inventati che insieme costituiscono un corpus narrativo che parla di follia, fantasmi, sogni, premonizioni, presenza o assenza del divino.

Alan Moore, dovendo descrivere la sua opera, ha parlato di «mitologia genetica» e ha ripreso alcune teorie legate all'«eternismo» che già aveva sviluppato in alcuni suoi fumetti. Il percorso di lettura non è certo facile per i lettori che devono balzare da un secolo all'altro per seguire lo scrittore inglese, eppure coloro che negli anni hanno seguito le sue graphic novel ritroveranno in Jerusalem tutte le cifre stilistiche tipiche di Moore che anche in queste opere si era divertito a costruire appendici e interludi con racconti, finti reportage, dossier densi di testi da leggere e privi di immagini. Solo per fare qualche esempio l'epoca di Cromwell rievocata in Jerusalem non può che rimandare alle pagine di V per Vendetta, le gesta di un nuovo Jack The Ripper omaggiano From Hell, la presenza di dei eterni simili ai supereroi occhieggia al Mister Manhattan di Watchmen, le apparizioni e sparizioni magiche e il contatto con il mondo dei morti sono un territorio affine a Hellblazer. Ma le sensazioni che si provano fin dalle prime pagine sono paura e meraviglia. Le stesse che prova la piccola Alma all'inizio dell'opera mentre accompagna la mamma e il fratellino in uno strano negozio di giornali dove di notte si svolge la febbrile attività dei Costruttori che, illuminati da strane luci, creano nuove architetture (nuovi mondi, nuovi cunicoli, nuove fognature) fra gli spazi apparentemente conosciuti del quartiere di Borroughs di Northampton. Un luogo mitico e mistico, allo stesso tempo reale e immaginario, così come sogni di Alma Warren. Cresciuta, userà le sue visioni per realizzare imponenti quadri che raccontano la vita, le epoche e le persone che hanno camminato per le vie di Borroughs. Anche Michael Warren è dotato come sua sorella di una «luccicanza» speciale che si è attivata in lui due volte: quando a tre anni ha rischiato di morire soffocato da una caramella e quando da grande è rimasto accecato a causa di una polvere ustionante cadutagli sugli occhi. I due ragazzi sono i discendenti della famiglia Vernall, conosciuta per il suo fervore religioso ma anche per la sua follia.

Nel capitolo intitolato Un tripudio di angoli facciamo la conoscenza del capofamiglia Ernst, di mestiere decoratore, che durante i restauri della chiesa di St. Paul rimane folgorato da un incontro angelico e da quel momento scoprirà che la realtà in cui vive è fatta di geometrie diverse da quelle che si è immaginato fino a quel momento. Ma che Northampton sia una città che nasconde ben altri mondi lo scopriamo anche attraverso le peripezie di Marla, una prostituta tossicodipendente che andrà volontariamente incontro a uno squartatore. Il barbone Freddy Allen, invece, scoprirà che il destino del suo e di altri mondi è deciso da dei dispettosi che giocano un'eterna partita a bigliardo in uno dei più malfamati pub d'Inghilterra... Ci sono luoghi dove si cela un centro speciale del mondo. Qui si possono nascondere reliquie e rinvenire pozzi colmi di sangue. Come conferma la testimonianza di un monaco benedettino che, brandendo l'ascia, cerca di sopravvivere in questo luogo pericoloso nel lontano 818 d.C.

C'è una crepa profonda che divide il mondo dei vivi da quello dei morti a Northampton ed è facile finirvi in mezzo. Ma l'Aldiqua o Aldilà descritto da Moore non hanno le caratteristiche dei Paradisi o degli Inferni raccontati dalle religioni. A Mansoul (Di Sopra) si giocano altre regole fatte di geometrie deformate, di angoli dove si può vivere nei bordi dei soffitti come scoprirà Michael Warren quando svolgerà le sue scorribande con la Banda dei Bambini Morti. E ha ragione Massimo Gardella il traduttore italiano che ha impiegato 15 mesi a cercare di dare voce a Jerusalem: quella di Moore è «letteratura pura, libera e scatenata, scrittura interpretata come pratica magica». Alan Moore non si è posto l'obbiettivo di creare per forza personaggi o luoghi memorabili. Ha semplicemente scatenato la sua fantasia per permettere ai lettori un'esperienza catartica che usasse il mezzo della letteratura. E possiamo assicurarvi che ci è riuscito. E se potessimo esprimere un desiderio, ci piacerebbe sinceramente assistere a uno dei reading pubblici in cui Moore si diverte a far vivere in pubblico le sue opere

- Luca Crovi - Pubblicato sul Giornale del 14/11/2017 -

martedì 16 gennaio 2018

Popoli e no

populismo-digitale-2642L’ascesa della rete come ambiente globale ha cambiato le prospettive politiche. Da una parte, crea l’illusione di una sfera comunicativa senza controlli, in cui si realizzerebbe pienamente la libertà dei cittadini. Dall’altra, consente a leader spregiudicati di contattare senza mediazioni i cittadini stessi, attraverso i social oppure organizzando consultazioni politiche online.
La tesi di questo libro è che a trarne vantaggio siano solo i nuovi leader autoritari – Trump, Erdogan, Putin, Orbán – o gli aspiranti tali – Le Pen, Grillo, Salvini, Petry, Wilders, Farage. Tutta gente che si vuole disfare dei partiti e persegue una relazione diretta con i cittadini, soddisfacendo le loro paranoie in tema di sicurezza, immigrazione, protezionismo economico.
Ecco perché l’ascesa della nuova destra può essere definita populismo digitale. Populismo, perché il popolo non è concepito da questi leader che come un gregge da vezzeggiare. E digitale, perché senza il trionfo del Web tutto ciò non sarebbe pensabile.

(dal risvolto di copertina di: Alessandro Dal Lago: Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Cortina editore.)

L’esistenza fittizia di un «noi» senza conflitti
- di Marco Bascetta -

«Questa è l’essenza di ciò che si chiama populismo: parlare per conto di un popolo che non c’è». Proviamo a prendere le mosse da questa affermazione di pregevole nettezza tratta dal primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Dal Lago (Populismo digitale, Raffaello Cortina, pp. 170, euro 14). Nella sua semplicità la definizione ha il merito di mettere a fuoco la coincidenza tra l’idea di popolo e il suo uso politico, di cui l’autore ripercorre sommariamente la storia fino alla nostra contemporaneità digitale.
Popolo, insomma, è il nome che legittima il potere o il suo sovvertimento, sotto forma di una inafferrabile trascendenza. Che si pretenda di «servirlo», di «guidarlo» o, ancora, di interpretarne la «volontà». Si pensi a un principio equivoco come quella «autodeterminazione dei popoli» che se da un lato ha animato le lotte contro il colonialismo, dall’altro ne ha anche coperto le derive autoritarie. Per non parlare della proliferazione di piccole patrie nutrite di un nazionalismo esasperato e intollerante, che a questo principio si richiamano.
Almeno a partire dalle dottrine che stanno a fondamento della politica statuale moderna (Hobbes, in primo luogo) il popolo che non c’è è chiamato in vita da una «scelta generale» di sottomissione, da una delega, da un affidamento al potere del sovrano. Con il che il nesso tra il popolo e l’«uomo forte», sul quale tutte le definizioni di populismo sembrerebbero concordare, è saldamente stabilito una volta per sempre. Popolo è dunque una idea fusionale che tende a cancellare le differenze e sopprimere le contraddizioni che attraversano il corpo sociale, o comunque a tacitarle, in regime di democrazia, attraverso la sacralizzazione del principio di maggioranza.
L’idea di moltitudine, per quanto problematica e sfuggente, ha se non altro il merito di contrastare la finzione di un soggetto unitario dotato di volontà che non può esprimersi, tuttavia, se non attraverso una «guida». Nessuno ha mai preteso, infatti, di parlare a nome della moltitudine che per definizione si sottrae a qualsiasi sintesi o rappresentazione. La diffidenza nei confronti di questa polarità concettuale priva la critica del populismo di uno strumento in grado di coglierne in profondità l’inevitabile travaso nella retorica (e nella politica) della sovranità nazionale. La quale, nell’analisi di Dal Lago, prende oggi la forma di un «neo nazionalismo» di natura reattiva che non si propone più di «creare nuove nazioni, ma di ricreare o purificare lo spirito autentico di quelle esistenti», facendo ricorso a un «gergo dell’autenticità» rivolto contro i nemici esterni e interni: gli stranieri e le élites, il basso e l’alto di ciò che dal popolo è appunto escluso. Ma a differenza del popolo del pactum subiectionis, il popolo dei populismi si autoprodurrebbe attraverso processi di aggregazione, dinamiche conflittuali e «partecipative» come suggerisce la teoria di Ernesto Laclau.
Tuttavia, questa modalità «antagonista» non lo mette affatto al riparo dall’egemonia di concezioni gerarchiche, autoritarie, quando non esplicitamente razziste, di cui la cronaca ci mostra l’indiscutibile diffusione. Del resto anche i fascismi storici e, più in generale, ogni espressione del nazionalismo, hanno suscitato estese esperienze di «partecipazione» non solo dettata da opportunismo e paura. L’affidamento a un capo si completava con la convinzione di stare contribuendo in prima persona al prodursi di un qualche fatidico destino. Nel celebre discorso dello Sportpalast nel 1943 Joseph Goebbels è al popolo che mostra di rivolgersi chiedendo «volete voi la guerra totale?». Ed ottenendo in risposta un ovvio e corale «sì!» è il popolo germanico che sceglie la guerra.
Come sappiamo, il mondo socialmente omogeneo mobilitato dalla radio di Goebbels non esiste più. Come si produce allora, oggi, il popolo che non c’è come fondamento effettivo di un potere politico? Quale forma di «partecipazione» si offre con l’implicita promessa di un agire collettivo e di un’appartenenza? La risposta di Dal Lago suggerisce di abbandonare la ricerca degli sfuggenti soggetti sociali che possano rientrare nell’alveo di questo popolo immaginario per rivolgere l’attenzione all’«ambiente» in cui le tonalità emotive, le pulsioni e le rappresentazioni generalmente attribuite al populismo si generano e si diffondono. Questo ambiente altro non è che Internet dove un’esistenza virtuale si sostituisce alle costruzioni astratte della filosofia politica e alle convenzioni artificiose della democrazia rappresentativa.
L’esistenza solo virtuale di questo popolo influenza enormemente non solo la forma, ma anche i contenuti e l’autorappresentazione dei soggetti che vi partecipano. La sentenza prevale sull’argomentazione, il pregiudizio sul giudizio, l’umore sul ragionamento. Sembrerebbe un’accozzaglia ingovernabile di opinioni allo sbaraglio. Ma non è affatto così. Gli imprenditori politici della rete sono assai abili nel canalizzare questa confusione, nel selezionarne le costanti più direttamente utilizzabili, nell’ottenere le risposte volute da soggetti convinti di partecipare concretamente alla decisione politica. Così che gli orientamenti virtuali del popolo virtuale possano conseguire effetti del tutto materiali a sostegno di poteri assolutamente reali. Ovviamente, alle spalle di tutto questo esistono le esperienze e le condizioni di vita prodotte dalla fine dell’assetto produttivo e del compromesso sociale che hanno caratterizzato quasi tutta la seconda metà del Novecento. Ma è essenzialmente nella dimensione digitale che la loro espressione si fa materia e sostanza di una politica che parla «a nome del popolo». E che ne blandisce risentimenti e paure.
Questo «ambiente», tuttavia, non è solo comunicativo e culturale, ma costituisce l’organizzazione produttiva nella quale la forza lavoro contemporanea è messa all’opera, con tutte le contraddizioni che le sono proprie: tra autonomia e dipendenza, tra individualismo e conformismo, tra cooperazione e competizione. La soluzione gerarchica e discriminatoria di queste contraddizioni nell’esistenza fittizia di un «noi» non più attraversato da conflitti può essere approssimativamente designata con il nome di populismo.
Nello stile autoritario, nei riflessi d’ordine e nella colpevolizzazione delle devianze, nella retorica della «virtù» e dell’«onestà» e nell’affidamento all’infallibilità del leader, Dal Lago vede (con particolare riferimento al Movimento 5 stelle) un fenomeno di «parafascismo», che trova nella rete il suo luogo ideale di espressione e di auto-conferma. «Para» sta ad indicare la distanza dalla «classicità» dei fascismi novecenteschi, ma anche una qualche parentela stilistica e psicologica. Nella forma in cui essa può darsi in condizioni di vita e soggetti così diversi da quelle degli anni Venti e Trenta. È l’incomprensione di questa contraddittoria diversità da parte delle sinistre vecchie e nuove che ha preparato il terreno ai tribuni del popolo che non c’è.

- Marco Bascetta - Pubblicato sul Manifesto del 30/11/2017 –<

lunedì 15 gennaio 2018

Rifiuto

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«Che altro aggiungere? Forse esiste un potere culturale, ma è un potere ambiguo e che rischia sempre, nel perdere questa ambiguità, di mettersi al servizio di un altro potere che lo sottomette. Scrivere è, in ultima analisi, quello che non si può; di conseguenza, è ciò che è sempre alla ricerca di un non-potere. rifiutando il dominio, l'ordine e, in primo luogo, l'ordine stabilito, preferendo il silenzio ad una parola di verità assoluta, quindi protestando, e facendolo senza fermarsi.
Se fosse necessario citare dei testi che evocano ciò che avrebbe potuto essere una letteratura di impegno, li troveremo in epoche antiche, in quei tempi in cui la letteratura non esisteva. Il primo ed il più vicino a noi è il racconto biblico dell'Esodo. Qui si trova tutto: la liberazione dalla schiavitù, l'attraversamento del deserto, l'attesa della scrittura, vale a dire, la scrittura che legifera alla quale sempre si disobbedisce, in maniera tale che quelle che vengono ricevute sono le tavole infrante, che non possono costituire una risposta completa, se non nella loro stessa rottura, nella loro frammentazione stessa; alla fine, la necessità di morire senza concludere l'opera, senza raggiungere la terra promessa, che in quanto tale è inaccessibile, sempre attesa e, per ciò stesso, già consegnata. Se, nella cerimonia della pasqua ebraica, è tradizione lasciare una coppa di vino per chi precede e annuncia l'avvento messianico di un mondo giusto, si capirà che la vocazione dello scrittore (impegnato) non è quella di credersi un profeta né un messia, ma piuttosto quello di guardare il luogo destinato a ciò che verrà, preservare l'assenza contro ogni usurpazione, ed anche quello di mantenere il ricordo immemorabile che non ci permetta di dimenticare che siamo stati schiavi, che, inclusi gli schiavi liberati, continuiamo e continueremo ad essere schiavi per tutto il tempo in cui lo saranno gli altri, affinché non ci sia quindi (per dirlo troppo semplicemente) mai più libertà se non per gli altri e per l'altro: certamente un compito infinito che minaccia di condannare lo scrittore ad un ruolo didattico e di insegnamento e, per ciò stesso, escluderlo dall'esigenza che reca in sé e lo costringe a non avere me luogo, né nome, né ruolo né identità, cioè, a non essere ancora uno scrittore.»

- Maurice Blanchot - da "Rifiutare l'Ordine stabilito", pubblicato su "Le Nouvel Observateur", nel maggio del 1981 -


domenica 14 gennaio 2018

Mostri!

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Universalmente letti, i romanzi di J.R.R. Tolkien (Lo Hobbit e Il signore degli anelli) e quelli del suo amico C.S. Lewis (Le cronache di Narnia), anche grazie a riduzioni cinematografiche di grande successo, sono considerati pietre miliari del fantasy contemporaneo. Ma a cosa devono la loro fama sconfinata? Il cattolico Tolkien e l’anglicano Lewis, docenti a Oxford, hanno dato vita a un progetto letterario anti-moderno centrato sul ruolo degli scrittori come «sub-creatori», ovvero collaboratori dell’opera di Dio nell’invenzione di mondi paralleli. Un progetto qui indagato con acume, risalendo alle fonti di ispirazione che per entrambi sono i cicli dell’epica medievale, con i loro eroi sterminatori di mostri, e illustrando i fondamenti mitologici, spesso apertamente reazionari, del fantasy, un genere letterario e spettacolare che conosce oggi una voga planetaria.

(dal risvolto di copertina di: ALESSANDRO DAL LAGO - Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica - Il Mulino)

La rivincita dei mostri
- di Alessandro Zironi -

In un recentissimo lavoro Alessandro Dal Lago si cimenta nell’ardua impresa di ingabbiare nelle pagine di Eroi e mostri (il Mulino) le narrazioni fantastiche di J. R. R. Tolkien e C. S. Lewis (autore delle Cronache di Narnia), ragionando sul rapporto fra mito, eroi e mostruosità. L’autore va alla ricerca delle implicazioni sociali del fantasy alla luce anche dei retaggi mitologici del passato, specie germanico (che contiene anche quello più specificamente nordico). Ne esce uno sguardo puntato sul rapporto eroe-mostro in cui pare rappresentarsi l’eterna lotta fra bene e male raccolta nelle narrazioni fantasy con le sue implicazioni sociali. Ma, spostando l’obiettivo da tale contesto letterario ai racconti medievali germanici, credo sia possibile ragionare su che cosa quel mondo ha ancora da dirci del rapporto fra uomo e mostro, quanto sia ancora utile frequentare quei testi per trovare risposte alle domande dell’oggi.
Nel 1941 viene creata la super-eroina dei fumetti Wonder Woman che, con altalenante successo, giunge sino ai nostri giorni (di due mesi fa il lancio del film omonimo, regia di Patty Jenkins). Wonder, legato oggi a significati perlopiù positivi, deriva dall’inglese antico wundor, parola piuttosto frequente per indicare il mostro, in quanto manifestazione dello strabiliante, nel bene o nel male. Ovviamente gli ideatori dell’amazzone non pensavano certo alla lingua degli anglosassoni, ma in realtà nel Medioevo inglese mostruosità ed eccezionalità eroica erano compresenti nel significato del termine.

Nel mondo germanico abbondano gli esempi della commistione fra mostro ed eroe. Nel poema anglosassone Beowulf, l’omonimo re dei Geati (stanziati nella Svezia meridionale), ormai anziano, deve affrontare un drago che imperversa nel suo regno portando distruzione. Nel momento dello scontro, entrambi hanno paura l’uno dell’altro; il re con un urlo belluino agisce come un mostro e il grande rettile volante diviene più umano, provando terrore: due estremi che si incontrano. Fin dall’adolescenza, però, Beowulf deve lottare contro esseri enormi e spaventosi. Durante una gara natatoria nei mari del Nord perde la sfida perché combatte di spada contro mostri marini e non può dedicarsi all’ampia bracciata.
È sempre lui che risolverà la grave sciagura che si è abbattuta sulla corte danese affrontando l’essere antropomorfo Grendel, dal nome parlante, perché si ciba dei corpi dei guerrieri che afferra nella sala del re (to grind, in inglese, significa ora come allora «digrignare i denti, macinare la carne»). Grendel è di proporzioni smisurate, le sue mani sono dotate di artigli, insomma incarna da vicino quello che nel nostro immaginario definiremmo un orco. Per ucciderlo Beowulf diviene anch’egli mostro: si spoglia di armatura e scudo per affrontarlo a mani nude, alla pari. L’eroe oscilla tra umanità e mostruosità (anch’egli, come Grendel, è di misure spropositate, sa essere brutale come lui tanto da strappargli un braccio). Parallelamente Grendel si umanizza: al fatidico incontro si avvicina dapprima strisciando, poi a gran passi e da ultimo quasi camminando, e infine tocca – azione tipica degli uomini – con la sua mano la porta della sala. Il mostro non viene alla corte danese per fame, ma a causa di un sentimento tutto umano, la rabbia, perché escluso dalle gioie della vita sociale, dei guerrieri e delle dame. Abita un altrove, funeste paludi, tane sotterranee, è colui che cammina lungo i confini. Grendel è l’escluso da tenere distante, nelle acque stagnanti, perché fa paura; egli, come uno straniero odierno, deve stare ai limiti del mondo civile, magari contemplandoci da lontano.
Il mostro muore sempre, non sopravvive mai all’eroe, ma anche il vincitore, in una sorta di rivincita del mostro, è destinato a soccombere a seguito dell’incontro fatale. Come Beowulf perisce combattendo contro il drago, allo stesso modo l’eroe nordico Sigurðr conquista un tesoro uccidendo a sua volta un altro drago, Fáfnir, nano trasformatosi in rettile per custodire quell’immensa ricchezza. Questi, in punto di morte, profetizza però al giovane la sua prossima, fatale sventura. La versione tedesca di questa narrazione, riportata nel Canto dei Nibelunghi, si arricchisce di un elemento beffardo. L’eroe, ora Siegfried (Sigfrido), durante il bagno nel sangue del drago che gli renderà la cute coriacea e inattaccabile dalle armi, diventerà vulnerabile quando una foglia di tiglio gli si appoggerà fra le spalle. Fritz Lang, nel suo film Die Nibelungen (1924) farà prendere proprio al drago la sua rivincita: un ultimo colpo di coda fa cadere la foglia su Siegfried. Il sangue del rettile avrebbe reso l’eroe simile al mostro, con la sua pelle dura e impenetrabile, ma, nonostante ciò, non potrà sottrarsi a una morte molto umana: ucciso a tradimento, con un colpo alla schiena.

Nessuno è esente dal confronto mortale coi mostri, neppure gli dei. Inseguiamo ora le gesta del dio Thor. Tacito, nella sua Germania, molto probabilmente lo assimila al semidio Ercole, per la sua forza sovrumana. Thor è irruento, spesso si caccia nei guai combattendo contro giganti e invaghendosi di gigantesse; manca però al nostro dio la saggezza, tutta umana, di saper misurare e prevedere gli eventi. Il mito narra che durante una pesca in barca, insieme al gigante Hymir, agguanta con una lenza l’enorme serpente-mostro Miðgarðrsormr (alla lettera il «serpente della terra di mezzo») nato dal dio malvagio Loki e da una gigantessa, che circonda, negli abissi, la terra degli uomini. La lotta fra i due è senza vincitore; il serpente si inabissa e Thor, per la rabbia, ne colpisce la testa col suo famoso martello Mjöllnir. La resa dei conti fra i due è solo rinviata ai Ragnarök, ovvero alla fine dei tempi, quando nel combattimento finale si daranno reciprocamente la morte.
Che cosa ci lasciano questi mostri in eredità? È possibile una loro rivincita sulla razza umana? La scrittrice britannica Antonia S. Byatt, in chiusura di una sua personale rivisitazione dei miti nordici (Ragnarök, Einaudi, 2013), a proposito del Miðgarðrsormr scrive: «Ama guardare i pesci che uccide e divora, e che uccide per divertirsi, e i coralli che sbianca e frantuma. Avvelena la terra perché tale è la sua natura». Il mostro, pare sostenere la Byatt, siamo noi, esseri umani, che perseveriamo nella nefasta opera di distruzione, precipitiamo verso il caos di cui i mostri, esseri «stupefacenti», sono abitatori. Non è possibile collocare un confine fra noi e loro, perché noi siamo loro.
Del resto non è un caso che la spinta fondamentale all’immaginazione tolkieniana nella lotta al mostruoso sia stata la Grande guerra. A sua volta Antonia S. Byatt, che ambienta la sua storia durante il secondo conflitto mondiale, gioca sul rispecchiamento fra la brutalità della guerra e l’orrore generato dai mostri protagonisti dei grandi miti nordici. Anche l’uomo contemporaneo è circondato da mostri più o meno reali e simbolici. Si può parlare allora di rivincita dei mostri? Forse sì, ma se riconosciamo il sottile limite che abita dentro di noi fra umano e mostruoso e prendiamo consapevolezza della mostruosità insita nella natura umana, potremo allora dominare il caos.

- Alessandro Zironi - Pubblicato su La Lettura del 13/8/2017 -

sabato 13 gennaio 2018

Genio E Paranoico!

Dick

Scrittore e saggista, Umberto Rossi è uno dei massimi conoscitori di Philip K. Dick a livello internazionale. Il suo lavoro più significativo è senza dubbio The Twisted Worlds of Philip K. Dick: A Reading of Twenty Ontologically Uncertain Novels (McFarland, 2011). Ma oltre a essere un esperto dell'autore californiano, Rossi è anche uno studioso della fantascienza nel senso più ampio del termine. Per esempio nel 2015, con Arielle Saiber e Salvatore Proietti ha curato il numero 126 del quadrimestrale statunitense Science Fiction Studies. Un numero, quello, davvero speciale perché dedicato alla fantascienza italiana. Degni di nota sono anche i suoi innumerevoli saggi sparsi per la rete, tra cui gli articoli scritti per Cronache di un sole lontano, che passano dai profili d’autore di Barry Malzberg e China Mièville fino all'introduzione alla trilogia marziana di Kim Stanley Robinson. Merita di essere menzionata, infine, l’uscita per Delos Digital del suo romanzo L’uomo che ricordava troppo (2015).

PHILIP K. DICK: il genio, il paranoico, lo specchio della società
- Un'intervista a cura di Flavio Alunni ad Umberto Rossi -

Domanda: Philip K. Dick è considerato uno dei grandi innovatori della fantascienza. Puoi fare almeno tre esempi di innovazione attribuita allo scrittore?

Umberto Rossi: Be', onestamente è sempre molto difficile e rischioso affermare che questo o quello scrittore sia stato il primo a proporre questa o quella novità. Non appena si dice che il primato spetta a lui o a lei, salta sempre fuori qualcuno a farti educatamente notare che l'aveva già fatto qualcun altro cinquanta, cento, centocinquant'anni prima. Comunque, diciamo che con L'occhio nel cielo Dick ha introdotto l'idea di mondi proiettati da singoli individui, quelli che più tardi Jonathan Lethem chiamerà finite subjective realities, e cioè realtà finite soggettive. Lethem metterà a frutto l'idea in modo brillante nel suo Amnesia Moon, che raccomando calorosamente.
Invece con Tempo fuor di sesto Dick ha intrecciato fantascienza e psichiatria, creando un autentico romanzo paranoico, e lo ha fatto nel 1959. Prima che il tema della paranoia entri di prepotenza nella narrativa non fantascientifica bisogna aspettare il 1965 con L'incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon.
Per quanto riguarda Philip K. Dick potremmo anche parlare del suo trattamento assai originale di un tema classico degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta. Mi riferisco alla Bomba, la guerra nucleare, la terza guerra mondiale: Cronache del dopobomba di Dick rivoluziona questo filone. E poi c'è Noi marziani, dove Dick proietta la California dei primi anni Sessanta su Marte. Solo per queste due opere, merita di passare alla storia. Ma c’è dell’altro. Vogliamo parlare di Invasione divina, dove la Terra non viene assaltata dai soliti alieni con tentacoli e dischi volanti, ma da Dio? Oppure di Un oscuro scrutare, che incrocia distopia e droghe in un modo assolutamente originale? Insomma, altro che esempi.

Domanda: La diversa percezione del reale era uno dei suoi cavalli di battaglia. A questo punto mi chiedo: Dick era un genio o un paranoico?

Umberto Rossi: Entrambe le cose ovviamente. Potremmo parlare a lungo del perché lo fosse, e forse la risposta meno azzardata è che nell'opera di Dick s'incrocia una paranoia collettiva, storica, perché gli anni Cinquanta, il decennio nel quale cominciò a scrivere, erano l'epoca della guerra fredda, e tutti erano paranoici in America. Paura della Bomba, paura delle spie, paura di essere denunciati come spie e finire davanti alla Commissione McCarthy o all'HUAC (un comitato dove era all'opera nientemeno che Richard Nixon). E ancora, paura di essere cacciati dal posto di lavoro, di essere sbattuti in prima pagina, di essere anche arrestati. Tu pensa che ogni tanto le trasmissioni televisive venivano interrotte e appariva il segnale del sistema nazionale d'allarme, il CONELRAD, per insegnare agli americani come sarebbe stato annunciato un attacco atomico da parte dell'URSS. Non c'era da stare tranquilli. Era un'epoca paranoica, e Dick la rispecchia pienamente.
Poi c'è la paranoia personale, dovuta ai problemi mentali dell'autore. Beninteso, Dick è morto e nessuno psichiatra se la sentirebbe di diagnosticare la sua malattia, che tra l'altro doveva essere in forma lieve, non tale da farlo ricoverare. Però si sospetta oggi che soffrisse di disordine bipolare, alternanza di fasi euforiche e depressione: nei romanzi si trovano entrambi gli stati mentali ritratti alla perfezione. Nella fase depressiva possono esserci episodi paranoici, infatti le mogli di Dick, più qualcuna delle sue amanti, ne hanno riferiti, e anche di drammatici.
Però, dopotutto, non c'è qualcosa di paranoico nella fantascienza stessa? Un genere letterario che ci ha fatto conoscere i robot, che potrebbero sostituirci, ma anche gli androidi, che sembrano umani a tal punto che non siamo in grado di distinguerli dai veri umani, e ancora gli alieni minacciosi, che potrebbero stare già invadendo questo nostro pianeta, e avanti con le catastrofi cosmiche di ogni tipo, con un’ampia scelta tra l’essere inceneriti da una supernova o fracassati da un asteroide che precipita sulla terra. E così via. C'è una vena paranoica nella fantascienza, c'è sempre stata, sin dai tempi di Herbert George Wells con i suoi uomini invisibili, le sue invasioni marziane e tutto il resto. Un paranoico borderline come Dick, che comincia a scrivere in un'epoca paranoica, cosa può scegliere se non un genere paranoico? Ed ecco spiegati i suoi romanzi e racconti.

Domanda: Come cambiano, se cambiano, Dick e il suo stile, tra il romanzo di esordio Lotteria dello spazio e la sua ultima opera romanzata, la Trilogia di Valis?

Umberto Rossi: Moltissimo. La prima cosa banale: nelle prime opere non trovi mai parolacce. Le riviste dove pubblicava non le consentivano. In secondo luogo non si parla mai di sesso: la fantascienza era indirizzata agli adolescenti, e la mentalità puritana dell'America degli anni Cinquanta non concepiva che si parlasse di certe cose ai ragazzi. Niente droghe, quindi. E poi lo stile di Dick, che è sempre stato molto asciutto, essenziale, era ancora più asciutto ed essenziale perché scriveva moltissimo e aveva poco tempo per rivedere, limare, correggere, aggiustare.
Poi verso la fine degli anni Cinquanta Dick scrive una serie di romanzi realistici che il suo agente tenta di piazzare presso editori generalisti. In due casi ci riesce, e mi riferisco a Tempo fuor di sesto e L'uomo nell'alto castello, che non vengono pubblicati come fantascienza. In questa fase la scrittura di Dick si fa più curata, i dialoghi diventano più veri, i personaggi vengono costruiti con più attenzione e più passione. Si scopre che dietro l'artigiano che sforna un racconto a settimana c'è un vero scrittore. Risale a quel periodo anche Noi marziani, che forse è l'opera più bella e più geniale di questo periodo.
Poi l'agente restituisce a Dick i suoi romanzi realistici che nessun editore voleva e che usciranno tutti solo dopo la sua morte. A quel punto, lui torna alla fantascienza scritta a velocità folle, anche grazie all'abuso di anfetamine. Ma ora siamo negli anni Sessanta, sesso droga e rock & roll, come si diceva, l'Estate dell'Amore, i fricchettoni. L'atmosfera è diversa e le storie che racconta Dick si fanno psichedeliche, folli, allucinate. Ubik e Le tre stimmate di Palmer Eldritch sono rappresentativi di questa fase, ma ci aggiungerei un meraviglioso e terrificante racconto, “Fede dei nostri padri”. All’epoca tutti si convincono che Dick scrivesse sotto LSD, anche a causa di una dichiarazione di Harlan Ellison, ma non è vero. L’acido lisergico l’aveva provato una volta sola e s'era talmente spaventato che non ne aveva più voluto sapere. Invece ingurgitava anfetamine a manciate.
Infine, dopo il disastro del 1971, con la fuga da San Rafael in Canada, il periodo in una comunità di recupero per tossicodipendenti, il ritorno in America ma non più nell'amata zona della Baia di San Francisco, bensì, paradossalmente, nella temuta Orange County, covo di reazionari, repubblicani, nixoniani e destrorsi, Dick cambia ancora stile. Diventa un personaggio nei suoi stessi romanzi. Parla della sua stessa vita. Innesta sulla fantascienza temi religiosi. Scrive opere che stanno al confine tra fantascienza e autobiografia, come Valis. E chiude con un romanzo come La trasmigrazione di Timothy Archer, anche se non credo sapesse che quello era il suo ultimo libro. La trasmigrazione di Timothy Archer non è un‘opera di fantascienza, semmai è un romanzo del soprannaturale, che cattura quegli anni Sessanta americani in un modo che era riuscito a pochi altri scrittori, forse solo a Thomas Pynchon, col quale Dick ha tutta una serie di aspetti in comune, prima di tutto la vena paranoica.
Quindi, certo che c'è un’evoluzione. Un giovane scrittore di fantasy, perché all'inizio questo voleva essere Dick, finisce col diventare uno scrittore postmodernista. E non uno dei minori, per come la vedo io.

Domanda: Esiste una coerenza narrativa, se non ideologica, nelle variegate opere dell’autore? Oppure i suoi libri e racconti riflettono una visione ambigua del mondo, dell’uomo e della società?

Umberto Rossi: La coerenza c'è nella misura in cui certe figure, certi temi, certe situazioni ricorrono in tutta la sua opera. In quasi tutti i romanzi ci sono ragazze dai capelli scuri molto attraenti ma anche pericolose. Dick, per darti un'idea, se avesse incontrato Virginia Raggi ci avrebbe provato subito. Come ci voleva provare con Sean Young, l'attrice che impersonò Rachel in Blade Runner. Poi la musica: è dappertutto. Dick scriveva di notte, chiuso nel suo studio, con la cuffia in testa e la musica a getto continuo. Rock, country, classica, barocca, musica giapponese, di tutto. Dick aveva lavorato in un negozio di dischi e conosceva la musica in una maniera sbalorditiva. Aveva una collezione di dischi colossale, probabilmente diverse migliaia di LP. Pensa che recentemente l'ultima moglie di Dick, Tessa Busby, ha regalato a un appassionato 200 LP di proprietà del marito, spiegando che erano solo una piccola parte della sua discoteca. E poi il nazismo, la seconda guerra mondiale, le droghe, gli androidi, il viaggio nel tempo, sono temi che ricorrono, trattati spesso in modo del tutto sovversivo.
Quanto all'ideologia, lì la faccenda si fa più complicata. Com'è complicato, Dick. Questo è l'uomo che scrisse e spedì due lettere al presidente Nixon nel momento in cui era travolto dallo scandalo Watergate: una di appoggio e solidarietà, una nella quale dice di vergognarsi di essere americano per quello che Tricky Dick ha combinato coi suoi tirapiedi. Qual è il vero Dick? Entrambi. Se veramente soffriva di disordine bipolare, c'è da aspettarsi che assumesse posizioni contraddittorie. Quando prevaleva la depressione era diffidente, chiuso, aggressivo, spaventato. Quando era nella fase euforica era la migliore persona del mondo, tu andavi a casa sua per farti autografare un libro e lui ti teneva lì a parlare e sentire musica per tutta la giornata, e ordinava pure pranzo e cena a portar via. Ambiguo? Io direi che, come il poeta americano Walt Whitman, era vasto, e conteneva, se non moltitudini, diverse personalità. Come alcuni dei suoi personaggi, del resto. In Valis i protagonisti sono due, il ragionevole Phil Dick, e lo sballato Horselover Fat. Ma sono entrambi lui, l'autore.

Domanda: Quali sono i romanzi più significativi nei temi “caldi” di Dick? Mi riferisco alla diversa percezione del reale, così come all’apocalissi, alla guerra e alla vita artificiale.

Umberto Rossi: Allora, ci provo, eh? Ci provo a tirare giù una lista. Se parliamo di droghe, Un oscuro scrutare. Se parliamo di viaggi nel tempo, il racconto “Noi temponauti”. Se parliamo di religione, Invasione divina. Quando si tocca il tema “androidi”, le letture obbligatorie sono due: L'androide Abramo Lincoln e Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Poi, sul tema Germania e nazismo, ovviamente L'uomo nell'alto castello. Guerra fredda: lì sono da leggere La penultima verità, ma anche Tempo fuor di sesto e L'occhio nel cielo. Guerra atomica: Cronache del dopobomba. Psichedelia, l'ho già detto prima, quando parlo degli anni Sessanta. Autobiografia, sicuramente Valis, Radio Libera Albemuth, La trasmigrazione di Timothy Archer. Questa è già una bella serie di letture, e uno che abbia letto tutti questi romanzi e racconti può dire di aver cominciato a conoscere Dick. Ecco, adesso voglio che sia chiara una cosa, e parlo per esperienza personale: se di questo scrittore leggi un romanzo e basta, stai certo che ancora non hai capito con chi hai a che fare. Al terzo, al quarto, cominci a capire di cosa si tratta. E di solito a quel punto non ti fermi più.

Domanda: L’esegesi, un massiccio volume uscito abbastanza di recente per la Fanucci, è una grossa mole di appunti scritti da Philip K. Dick, e viene presentato come l’ultimo lavoro in assoluto dell’autore. Non oso immaginare che cosa ci sia dentro. Tu ne sai qualcosa?

Umberto Rossi: Come no, come no. Allora, nel 1974, nei mesi di febbraio e marzo, Dick, che era uscito dal periodo più caotico e drammatico della sua vita, s'era sposato per la quinta volta. Aveva avuto il terzo figlio, Christopher, da Tessa, l'ultima moglie. Ecco, in quel periodo Dick ha una serie di visioni. Immagini psichedeliche, tipo quadri d'arte astratta. Gli vengono in testa frasi in greco antico. Ha la sensazione di non vivere nella California meridionale degli anni Settanta, ma nella Roma del 70 d.C. Da quel momento fino alla sua morte, lo scrittore s'arrovella sul senso e la natura di quelle esperienze. Comincia a prendere appunti descrivendo quello che ha visto e cercando di spiegarselo: come suo solito, sforna teorie e ipotesi in quantità industriali. Comunicazioni da alieni. Effetto dell'abuso di droghe nel passato. Pazzia. Contatto con Dio. Viaggio mentale nel tempo. Tutte queste riflessioni e intuizioni le butta giù talvolta a penna, talvolta con la macchina da scrivere. E siccome è uno scrittore professionista, cioè uno che scrive per campare (un concetto che da noi non è tanto chiaro, purtroppo, mentre in America sì), Dick mette tutto da parte, archivia tutto. Ormai sappiamo che parte di quei materiali li riusa per scrivere i romanzi finali, Radio Libera Albemuth e la Trilogia di Valis, più qualche racconto. Quindi per i critici letterari come me sono materiali preziosi.
Però sia chiaro: tutta quella massa di fogli di appunti che vengono trovati in casa sua quando passa a miglior vita, Dick non li aveva scritti per pubblicarli. Erano per suo uso privato. Non erano affatto pensati perché noi li leggessimo, e infatti in certi punti non è facile capire cosa scrive e perché. C'è poi da tenere conto che il volume Fanucci, traduzione di quello americano curato da Pamela Jackson, comprende solo una parte dell'Esegesi. Una piccola parte. Nell’edizione critica, Pamela Jackson è stata assistita da un gruppo di cinque dickiani di ferro, tra cui il mio amico David Gill, che di Dick sa veramente tutto.
L’esegesi contiene di tutto e di più. Non ci provo neanche a riassumere, non si può. Ci sono intuizioni geniali, momenti di follia, cose criptiche e indecifrabili, riflessioni molto personali e quasi imbarazzanti. Decisamente non è il libro che consiglierei a uno che vuole cominciare a conoscere Philip Kindred Dick. Però, se uno si appassiona a questo grande cantore della California, dell'America, a questo scrittore del presente, a quest'uomo che ha capito dove stavamo andando e cosa ci aspettasse prima e meglio di tanti altri, direi che prima o poi una visita anche all'Esegesi la dovrà fare.

fonte: Cronache di un sole lontano

venerdì 12 gennaio 2018

Piazzate

Copertina libro-Sicilia-in-Piazza_def

Dopo 156 giorni di riprese, 7.000 Km percorsi attraversando la Sicilia da Est a Ovest e da Nord a Sud, 256 mail spedite alle amministrazioni comunali per chiedere di liberare le piazze da autoveicoli e attrezzature di ristorazione che ne sconvolgono la fisionomia, Armando Rotoletti, affermato fotografo di reportage e ritrattista di origine messinese, ci presenta in questo volume 82 piazze siciliane come non le abbiamo mai viste. Le sue piazze sono vuote, e aspettano le persone, invitano a fantasticare, sgomentano, ammaliano, annichiliscono, sorprendono. Di questo libro scrive lo storico dell'arte Salvatore Settis: «In Sicilia la piazza è scenografia che non risponde a nessun copione, se non a quello della vita pulsante di quella città. La piazza è in Sicilia (anzi in Italia) la creazione più originale di un'idea di città che ne fa non solo la tana o il nido, ma il tempio degli umani, il teatro della vita politica e sociale. Perciò l'impresa siciliana di Rotoletti ha qualcosa di eroico (per le difficoltà certo incontrate di fotografare le piazze senza i mille ammennicoli che le invadono), ma soprattutto è innervata di bellezza e di speranza.»

( dal risvolto di copertina di: Sicilia in piazza-Striking piazzas of Sicily, di Armando Rotoletti e‎ Salvatore Settis )

copertina sicilia - leonforte

La Sicilia fa piazza pulita
- di Salvatore Settis -

Piazze di Sicilia, piazze d’Italia. Spazi talora di miracolosa bellezza, intrisi di memoria storica, di creatività e di vita civile. Chiese, palazzi, statue, fontane, strade che si diramano come arterie da un cuore: la piazza italiana nasce, si trasfigura e si offre allo sguardo intrecciando la propria forma e la propria vicenda, come una sorella gemella, con le forme e le vicende del teatro. In Sicilia, e le foto di Armando Rotoletti lo dimostrano con naturale, disarmante eloquenza, la piazza è scenografia che non risponde a nessun copione, se non a quello della vita pulsante di quella città. Perciò, se guardiamo una piazza, nello stesso istante ci germoglia dentro, senza saperlo e senza volerlo, l’immagine mentale della città intera. Quello che, con parola un po’ goffa, si chiama talvolta l’“invaso” di una piazza è generato dalla città che lo circonda, eppure sembra che, invece, ne sia il vero centro generatore. In questa come in mille altre cose, dal cibo al cielo, la Sicilia non è solo la più grande regione d’Italia, ne è anche una sorta di sintesi al superlativo. Valeva proprio la pena che Rotoletti, Dio solo sa con quali sforzi e quanta pazienza, riuscisse a svuotare queste piazze per rappresentarle nella loro forma più pura: si vede così con piana evidenza che la piazza è in Sicilia (anzi in Italia) la creazione più originale di un’idea di città che ne fa non solo la tana o il nido, ma il tempio degli umani, il teatro della vita politica e sociale.

siracusa

La piazza è l’erede più nobile e più consapevole dell’agorà greca e del foro romano. È luogo di discussione e d’incontro, di commercio e di scontro politico, di festa e di lutto. Teatro di feste e rituali collettivi, si presta alle manifestazioni civiche, accoglie cerimonie religiose, si trasforma talora in mercato, si circonda di spazi deputati all’incontro e alla conversazione. In un suo saggio di grande profondità e concisione, George Steiner individua l’essenza della sua idea di Europa nei caffè come «luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo». Tale è in primo luogo la piazza, che genera intorno a sé una cartografia “camminata”, dove «il paesaggio è modellato e umanizzato da chi vi cammina», e che al tempo stesso vale come luogo di memoria, dominato dalla sovranità del ricordo, come risulta dal suo nome e da quelli delle strade che vi sboccano, spesso intitolate a personaggi storici.

dal libro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti from the book Striking Piazzas of Sicily by Armando Rotoletti

Eppure le nostre piazze, in un declino di coscienza e di conoscenza che affligge il nostro tempo, sono sempre più spesso viste come “invasi” vuoti, spazi da riempire, e perciò primariamente destinati a parcheggio. Lo stiamo dimenticando, ma anche piazza Navona a Roma o piazza del Duomo a Milano erano invase dalle auto fino a non tantissimi anni fa (se ne trovano ancora tristi fotografie); né mancò chi protestasse contro la loro pedonalizzazione. Negli ultimi anni si è sempre più diffusa l’abitudine di usare le nostre piazze come location per spettacoli e festival di solito estivi: e tanto si dà per scontato che la piazza di per sé “non serve”, e va riempita con qualcos’altro, che ben pochi balbettano qualche giustificazione o scusa. E i pochi che lo fanno si aggrappano all’uso storico della piazza per il mercato o per la festa: senza riflettere che tale uso era e resta (dove c’è) per sua natura intermittente, e lascia per la maggior parte dell’anno la piazza, tutta o quasi, libera perché venga esibita, vista, goduta per quel che è: vetrina della città e della storia, grembo per la conversazione e la crescita civile, promessa di futuro. La piazza del Campo a Siena accoglie il Palio, ma a nessuno verrebbe in mente di farvelo dieci volte al giorno per due mesi di fila: ma è proprio questo che accade, quando una piazza storica viene degradata a location e usata per mesi a farvi spettacoli, film, sfilate, manifestazioni sportive.

dal libro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti from the book Striking Piazzas of Sicily by Armando Rotoletti

Deturpate da invadenti strutture “provvisorie”, che però durano settimane o mesi, le piazze nascondono la loro bellezza e la loro diversità, diventano tutte uguali, accolgono gli stessi concerti dalle Alpi alla Sicilia, perdono forza e carattere, si svendono per trenta denari. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock, dibattiti culturali o cantanti d’opera. Nessuno fa i conti di quel che si perde: il turista che in quella piazza entra una volta sola nella vita, e avrebbe il diritto di vederla, ma ne è privato perché le architetture sono nascoste dall’attrezzeria dell’evento di turno; il degrado dell’immagine civica che ne consegue; il progressivo logoramento della stessa idea di città. La piazza fu infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida l’identità civica e la memoria culturale, perché lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non grazie al prezzo. Rischia ora di diventare, al contrario, un non-luogo (una non-piazza), dove solo il prezzo conta, e la bellezza è solo uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde.

dal libro Sicilia in Piazza di armando Rotoletti dallbro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti

Perciò l’impresa siciliana di Rotoletti ha qualcosa di eroico (per le difficoltà certo incontrate di fotografare le piazze senza i mille ammennicoli che le invadono), ma soprattutto è innervata di bellezza e di speranza. Come racconta meglio la sua storia il tempio di Atena diventato cattedrale di Siracusa, se visto da quell’angolo, a piazza vuota! E quali segrete fraternità sbocciano sulla pagina, fra la piazza di Santa Maria Maggiore a Ispica e il mercato del pesce a Trapani! Per non citare Palermo o Catania: Acireale, Noto, Caltanissetta, Granmichele ci si offrono allo sguardo, dalle loro piazze vuote, con una densità di impressioni che impone l’intensità dello sguardo. Ragusa, Enna e Nicosia vestono le loro piazze con le folle e i riti della festa; Rosolini, Sortino e Palazzo Adriano si mostrano nude come forse solo all’alba; altre piazze dispiegano residui di un tempio pagano (Siracusa) o di una chiesa cristiana (Salemi); altre ancora rendono omaggio al mare che le accompagna (Marzamemi), o serbano memoria di terremoti (Gibellina). Quasi non le riconosciamo, le piazze che pure avevamo visto travolte da rumori e odori; quasi ci appaiono, le foto di questo libro, un’astratta galleria di vedute impossibili. Eppure il dono che Armando Rotoletti ci fa in queste pagine non è solo una sequenza di bellissime immagini su cui soffermare lo sguardo. È molto di più: un invito a guardare le nostre piazze per (ri)pensare le nostre città. A percorrere la Sicilia per (ri)pensare l’Italia.iazze di Sicilia, piazze d’Italia. Spazi talora di miracolosa bellezza, intrisi di memoria storica, di creatività e di vita civile. Chiese, palazzi, statue, fontane, strade che si diramano come arterie da un cuore: la piazza italiana nasce, si trasfigura e si offre allo sguardo intrecciando la propria forma e la propria vicenda, come una sorella gemella, con le forme e le vicende del teatro. In Sicilia, e le foto di Armando Rotoletti lo dimostrano con naturale, disarmante eloquenza, la piazza è scenografia che non risponde a nessun copione, se non a quello della vita pulsante di quella città. Perciò, se guardiamo una piazza, nello stesso istante ci germoglia dentro, senza saperlo e senza volerlo, l’immagine mentale della città intera. Quello che, con parola un po’ goffa, si chiama talvolta l’“invaso” di una piazza è generato dalla città che lo circonda, eppure sembra che, invece, ne sia il vero centro generatore. In questa come in mille altre cose, dal cibo al cielo, la Sicilia non è solo la più grande regione d’Italia, ne è anche una sorta di sintesi al superlativo. Valeva proprio la pena che Rotoletti, Dio solo sa con quali sforzi e quanta pazienza, riuscisse a svuotare queste piazze per rappresentarle nella loro forma più pura: si vede così con piana evidenza che la piazza è in Sicilia (anzi in Italia) la creazione più originale di un’idea di città che ne fa non solo la tana o il nido, ma il tempio degli umani, il teatro della vita politica e sociale.

dal libro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti from the book Striking Piazzas of Sicily by Armando Rotoletti

La piazza è l’erede più nobile e più consapevole dell’agorà greca e del foro romano. È luogo di discussione e d’incontro, di commercio e di scontro politico, di festa e di lutto. Teatro di feste e rituali collettivi, si presta alle manifestazioni civiche, accoglie cerimonie religiose, si trasforma talora in mercato, si circonda di spazi deputati all’incontro e alla conversazione. In un suo saggio di grande profondità e concisione, George Steiner individua l’essenza della sua idea di Europa nei caffè come «luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo». Tale è in primo luogo la piazza, che genera intorno a sé una cartografia “camminata”, dove «il paesaggio è modellato e umanizzato da chi vi cammina», e che al tempo stesso vale come luogo di memoria, dominato dalla sovranità del ricordo, come risulta dal suo nome e da quelli delle strade che vi sboccano, spesso intitolate a personaggi storici.
Eppure le nostre piazze, in un declino di coscienza e di conoscenza che affligge il nostro tempo, sono sempre più spesso viste come “invasi” vuoti, spazi da riempire, e perciò primariamente destinati a parcheggio. Lo stiamo dimenticando, ma anche piazza Navona a Roma o piazza del Duomo a Milano erano invase dalle auto fino a non tantissimi anni fa (se ne trovano ancora tristi fotografie); né mancò chi protestasse contro la loro pedonalizzazione. Negli ultimi anni si è sempre più diffusa l’abitudine di usare le nostre piazze come location per spettacoli e festival di solito estivi: e tanto si dà per scontato che la piazza di per sé “non serve”, e va riempita con qualcos’altro, che ben pochi balbettano qualche giustificazione o scusa. E i pochi che lo fanno si aggrappano all’uso storico della piazza per il mercato o per la festa: senza riflettere che tale uso era e resta (dove c’è) per sua natura intermittente, e lascia per la maggior parte dell’anno la piazza, tutta o quasi, libera perché venga esibita, vista, goduta per quel che è: vetrina della città e della storia, grembo per la conversazione e la crescita civile, promessa di futuro. La piazza del Campo a Siena accoglie il Palio, ma a nessuno verrebbe in mente di farvelo dieci volte al giorno per due mesi di fila: ma è proprio questo che accade, quando una piazza storica viene degradata a location e usata per mesi a farvi spettacoli, film, sfilate, manifestazioni sportive.

dal libro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti from the book Striking Piazzas of Sicily by Armando Rotoletti

Deturpate da invadenti strutture “provvisorie”, che però durano settimane o mesi, le piazze nascondono la loro bellezza e la loro diversità, diventano tutte uguali, accolgono gli stessi concerti dalle Alpi alla Sicilia, perdono forza e carattere, si svendono per trenta denari. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock, dibattiti culturali o cantanti d’opera. Nessuno fa i conti di quel che si perde: il turista che in quella piazza entra una volta sola nella vita, e avrebbe il diritto di vederla, ma ne è privato perché le architetture sono nascoste dall’attrezzeria dell’evento di turno; il degrado dell’immagine civica che ne consegue; il progressivo logoramento della stessa idea di città. La piazza fu infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida l’identità civica e la memoria culturale, perché lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non grazie al prezzo. Rischia ora di diventare, al contrario, un non-luogo (una non-piazza), dove solo il prezzo conta, e la bellezza è solo uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde.
Perciò l’impresa siciliana di Rotoletti ha qualcosa di eroico (per le difficoltà certo incontrate di fotografare le piazze senza i mille ammennicoli che le invadono), ma soprattutto è innervata di bellezza e di speranza. Come racconta meglio la sua storia il tempio di Atena diventato cattedrale di Siracusa, se visto da quell’angolo, a piazza vuota! E quali segrete fraternità sbocciano sulla pagina, fra la piazza di Santa Maria Maggiore a Ispica e il mercato del pesce a Trapani! Per non citare Palermo o Catania: Acireale, Noto, Caltanissetta, Grammichele ci si offrono allo sguardo, dalle loro piazze vuote, con una densità di impressioni che impone l’intensità dello sguardo. Ragusa, Enna e Nicosia vestono le loro piazze con le folle e i riti della festa; Rosolini, Sortino e Palazzo Adriano si mostrano nude come forse solo all’alba; altre piazze dispiegano residui di un tempio pagano (Siracusa) o di una chiesa cristiana (Salemi); altre ancora rendono omaggio al mare che le accompagna (Marzamemi), o serbano memoria di terremoti (Gibellina). Quasi non le riconosciamo, le piazze che pure avevamo visto travolte da rumori e odori; quasi ci appaiono, le foto di questo libro, un’astratta galleria di vedute impossibili. Eppure il dono che Armando Rotoletti ci fa in queste pagine non è solo una sequenza di bellissime immagini su cui soffermare lo sguardo. È molto di più: un invito a guardare le nostre piazze per (ri)pensare le nostre città. A percorrere la Sicilia per (ri)pensare l’Italia.

- Salvatore Settis - Pubblicato su Il Sole del 1°/1/2018 -

dal libro Sicilia in Piazza di Armando Rotoletti

giovedì 11 gennaio 2018

Rosaspina

king

Dooling è una piccola città fortunata del West Virginia, con una splendida vista sui monti Appalachi e lavoro per tutti. È a Dooling, infatti, che qualche anno fa è stato costruito un carcere all'avanguardia destinato solo alle donne, che siano prostitute o spacciatrici, ladre o assassine, o ancora tutte queste cose insieme. Ed è una di loro, in una notte agitata, ad annunciare l'arrivo della Regina Nera. Per il dottor Norcross, lo psichiatra della prigione, è routine, un sedativo dovrebbe sistemare tutto. Per sua moglie Lila, lo sceriffo di Dooling, poteva essere un presagio. Perché poche ore dopo, da una collina lì vicina, arriva una chiamata al 911, ed è una ragazza sconvolta a urlare nel telefono che una donna mai vista ha ammazzato i suoi due amici, con una forza sovrumana. Il suo nome è Evie Black. Intorno a lei svolazzano strane falene marroni e sembra venire da un altro mondo. Lo stesso, forse, dove le donne a poco a poco finiscono, addormentate da un'inquietante malattia del sonno che le sottrae agli uomini. Un sonno dal quale è meglio non svegliarle. Sleeping Beauties è una favola nera gloriosamente ricca di storie, idee, eventi e personaggi memorabili, che inizia con un C'era una volta a Dooling e termina con un finale degno dei King. Potente, provocatorio, sorprendente. Anonymous Content (casa di produzione di True Detective e Mr. Robot in TV e di Revenant e Spotlight al cinema) si è assicurata i diritti di Sleeping Beauties, per farne una serie con la collaborazione di Stephen e Owen King.

(dal risvolto di copertina di: Stephen King e Owen King, "Sleeping Beauties", Sperling & Kupfer.)

Belle e ferocissime addormentate
- di Andrea Colombo -

Chiusa nella sua teca di cristallo, aspettando che il primo «bacio d’amore» la risvegliasse da un sonno simile alla morte, la principessa Aurora di Walt Disney era bellissima. Non si può dire altrettanto delle donne che si addormentano una dopo l’altra in tutto il pianeta nel corso dell’epidemia che, proprio in omaggio al cartoon del 1959, viene battezzata «Aurora». Appena chiudono gli occhi si ricoprono di una disgustosa sostanza simile a peluria, che le avvolge e le imbozzola. Provare a svegliarle raschiando l’immonda sostanza è sconsigliabile: le dormienti si trasformano in belve feroci.
Conviene aspettare e pregare che le donne della Terra un giorno si sveglino, prima che la specie umana si estingua. Sleeping Beauties (Sperling & Kupfer, pp. 672, euro 18, traduzione di Giovanni Arduino) sembrerebbe scritto apposta per sfruttare l’onda della tempesta Weinstein, se non fosse che la famiglia reale dell’horror, rappresentata qui da Stephen King, fondatore della stirpe, e dal figlio minore Owen, aveva anticipato di mesi il ciclone #metoo.
A modo suo il romanzo dei due King è una favola in tinta fortemente dark, ma è soprattutto una compiuta e rigorosa riflessione sul rapporto tra i sessi nell’America del XXI secolo. Ci sono i maltrattamenti e le molestie, tanto più che il romanzo è ambientato in una piccola città della Virginia dotata di carcere femminile e le storie delle detenute sono costellate dalla brutalità maschile, ma c’è anche quel sottile paternalismo che è la forma contemporanea del sessismo comme il faut, quello che s’indossa nelle fasce sociali dove la bruta violenza di genere non è più di casa.
Le donne sono un tema ricorrente nella narrativa del maestro del Maine, arrivato al successo, 44 anni fa, proprio svelando il potenziale di rabbia distruttiva di una ragazzina perseguitata dalla madre maniaca religiosa e dalla ferocia dei coetanei, Carrie White. King aveva ripreso il tema, con ben altra profondità, anni dopo, in due dei suoi migliori romanzi non horror: Il gioco di Gerald e soprattutto Dolores Claiborne. In entrambi King aveva dimostrato che non c’è bisogno di far ricorso al sovrannaturale per descrivere l’orrore quotidiano di alcune vite: basta un bucato da stendere nel gelo di un’alba del New England. Subito dopo, in Rose Madder, aveva preso di petto la violenza domestica, dimostrando anche in quel caso che nessuna fantasia oscura può essere tanto mostruosa quanto la realtà.
In Sleeping Beauties, però, Stephen e Owen King vanno molto oltre la classica denuncia. Stavolta non partono dal punto di vista delle donne ma affrontano la relazione tra i sessi in questo specifico momento storico da entrambi i lati, e forse con più attenzione a quello maschile. Sanno che tra gli uomini e le donne la differenza fondamentale è che le seconde potrebbero proseguire e ricostruire il mondo anche senza i maschi, mentre per questi ultimi l’assenza delle donne equivarrebbe a un biglietto senza ritorno per l’estinzione.
Nella città della Virginia che viene scelta dalla bellissima strega Evie Black e dalle forze mai nominate che la guidano come microcosmo nel quale mettere in palio le sorti del mondo, le femmine sono sin dall’inizio il polo forte, mentre i maschi difendono con diverse gradazioni di forza posticcia la sostanziale coscienza della loro debolezza. Alla fine saranno le «belle addormentate» di Dooling a dover scegliere per tutte le donne del mondo tra il ricominciare da dove si trovavano al momento di chiudere gli occhi o il ripartire da zero, in un mondo guidato dalle donne nel quale anche i figli maschi saranno diversi perché educati da subito a vivere in una dimensione diversa.
Ma per quanto gli autori scandaglino il pozzo del loro inconscio alla ricerca dello stesso lato femminile che aveva permesso a James Cain (apertamente citato) di trasformarsi in Mildred Pierce, i due King danno il meglio quando descrivono le reazioni dei maschi di fronte all’affermarsi della forza femminile e poi alla potenziale scomparsa delle donne dalla loro vita. In particolare quelle dei due principali personaggi maschili, lo psichiatra del carcere, marito dello sceriffo locale, e una guardia della protezione animali la cui protettività nei confronti di animali, bambini e donne degenera spesso in crisi di violenza incontrollate.
Clinton Norcross, lo psichiatra razionale che ha alle spalle un passato di pugni e violenze nell’orfanatrofio in cui è cresciuto, e Frank Geary, il «family-man» nero che pur animato dalle migliori intenzioni non sa tenere a freno la rabbia, sono il vero cuore del romanzo.
Mettono in scena il dramma dei maschi alle prese con un femminile che minaccia il loro precario equilibrio perché apre uno squarcio sulla loro fragilità, della quale non vogliono rendersi consapevoli.
L’esito della sfida tra i due archetipi maschili, molto più simili tra loro di quanto non amerebbero ammettere, è una metà del puzzle che deve essere risolto per decidere la sorte del genere umano. L’altra metà è affidata alla scelta di donne ormai consapevoli non solo di per fare a meno dei maschi ma di poter vivere meglio senza l’altra metà del cielo. Stephen e Owen si misurano qui con una fantasia che è presente almeno sin dagli anni ’70, quella di una civiltà alternativa totalmente matriarcale.
A prima vista lo stile della coppia di scrittori non differisce da quello di re Stefano, anche se ricorda il taglio dei primi romanzi, la produzione degli anni ’70, più che quello del King degli ultimi decenni. In realtà è invece massiccio il contributo di Owen, 41 anni nel prossimo febbraio, figlio oltre che di Stephen della scrittrice Tabitha Spruce, fratello dello scrittore di gran successo (citato in Sleeping Beauties) Joe Hill, marito della scrittrice Kelly Braffet, lui stesso autore di una ottima raccolta di racconti, Siamo tutti nella stessa barca, e di un romanzo, Doppio spettacolo, entrambi pubblicati anche in Italia rispettivamente da Frassinelli e Satisfiction.
A differenza dei romanzi di Stephen King, Sleeping Beauties, ricchissimo di trovate e spunti, gioca infatti a spiazzare e quasi a confondere chi legge, passando repentinamente da un registro all’altro. Inizia come una storia carceraria al femminile, un po’ Orange is the New Black, con la sua brava dose di vessazioni e molestie sessuali da parte di una guardia particolarmente turpe.
Prosegue inoltrandosi in uno dei temi ricorrenti del primo King, l’epidemia, ma sterza poi verso territori new age che Stephen aveva già esplorato, con risultati meno brillanti, negli anni ’90. La dimensione alternative in cui si risvegliano le belle addormentate ricorda quelle che coesistono nel mastodontico ciclo della «Torre nera». Ma il dilemma che da un lato e dall’altro della porta che unisce i due mondi, diventati «il posto delle donne» e quello dei maschi, non è più quello, a modo suo lineare e semplice, tra ordine e caos oppure, come nell’Ombra dello Scorpione, tra bene e male. È la scelta tra due modelli di universi umani opposti, e anche dopo aver deciso per tutte le donne del mondo, le abitanti di Dooling non potranno mai essere sicure di aver fatto la scelta giusta.

- Andrea Colombo - Pubblicato sul Manifesto dell'11/1/2019 -