lunedì 20 novembre 2017

Sfuggire

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Per Orlando il soprannaturale letterario esprime la storia segreta e contrastata dei rapporti che gli uomini hanno intrattenuto con l'irrazionale e con il cosiddetto principio di realtà, racconta la resistenza opposta dagli individui alle esigenze di realtà e verità che tutte le civiltà impongono, il loro bisogno liberatorio di credere all'impossibile. L'autore propone una casistica in grado di riordinare, grazie a poche grandi categorie di riferimento, una fenomenologia letteraria che altrimenti risulterebbe magmatica e informe, e che gli consente di avvicinare, tra analogie e differenze, Omero e i racconti di fantasmi, Ariosto e le fiabe di Perrault. Il saggio bilancia con finezza esempi testuali e teoria, in una serie di appassionanti letture di alcuni grandi classici (Gerusalemme liberata, Amleto, Don Chisciotte, Faust, Hänsel e Gretel, Il giro di vite, La metamorfosi,Il Maestro e Margherita...) sui quali, grazie a questo esercizio di critica tematica e comparata, l'autore getta nuova luce.

(dal risvolto di copertina di: Francesco Orlando: Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme, a cura di S. Brugnolo, L. Pellegrini e V. Sturli, prefazione di Thomas Pavel, Einaudi, pp. 190, € 23)

Dèi, mostri e fantasmi all’università
- di Massimo Natale -

«La razionalità, secondo Freud, non ha niente di naturale. Essa è una dura e precaria conquista; lo è innanzi tutto nella sua genesi attraverso l’infanzia dell’individuo, ma anche nel suo mantenimento attraverso ciascun momento della vita individuale, e così nelle sue affermazioni culturali collettive attraverso la storia dell’umanità». Così cominciava uno fra i lavori più noti di Francesco Orlando, Illuminismo e retorica freudiana (1982), entro il quale il percorso della ragione occidentale era contraddittoriamente tratteggiato come un cammino «faticoso, repressivo», costellato di «aberrazioni»; e insieme, d’altra parte, come un inevitabile «progresso», sia pure pagato dalla civiltà in termini di repressione. In questo quadro, la letteratura viene a essere un alleato fondamentale per indagare la parabola di quella stessa civiltà, una “seconda vista” raffinata e confidenziale, capace di scrutare gli angoli marginali del vivere sociale, di raccontare le frustrazioni e le speranze, il senso del proibito, il dolore e l’aspirazione alla gioia disseminati lungo l’intera esistenza degli uomini. Sono già tutte qui – in questo identikit della letteratura come proiezione del desiderio – le premesse dell’esercizio critico di Orlando, che intanto al nume tutelare di Freud aveva già dedicato, nel 1973, un libro ambizioso come Per una teoria freudiana della letteratura, a inaugurare un trittico che comprendeva anche una delle sue riuscite forse maggiori, Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo, del ’71.
Al racconto del perenne conflitto tra desiderio e realtà, del quale il testo letterario può essere un luogo d’osservazione privilegiato, è implicitamente consacrato, ora, un libro postumo di Orlando – scomparso nel 2010 – Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme, a cura di S. Brugnolo, L. Pellegrini e V. Sturli, prefazione di Thomas Pavel, Einaudi, pp. 190, € 23. Bisognerà intanto dire che il volume è una notizia – e in certo modo anche una scommessa – per i lettori più affezionati di questo grande interprete della modernità letteraria. I curatori ci informano, nelle pagine introduttive, che il lavoro – frutto di «un’indagine condotta sull’arco di un ventennio, la cui genesi risale agli anni Ottanta» – è in realtà «il primo inedito» orlandiano ad approdare alla pubblicazione, lasciando così presagire altre future trovate tra le carte – o fra i materiali dispersi – di Orlando. E una scommessa, si diceva: perché il testo non è stato licenziato dal suo autore, ma è invece il risultato di una serie di lezioni che risalgono soprattutto al 2005-2006 (l’anno del suo ultimo corso universitario, a Pisa). È nota l’acribia con cui Orlando rielaborava le sue pagine, in una sorta di fobia dell’imperfezione. Ma è forte anche il ricordo del suo inconfondibile stile oratorio: ecco dunque un libro «probabilmente diverso dal solito», come si legge nella stessa introduzione, che permetterà di entrare più da vicino nell’officina dello studioso, attraverso il cantiere privilegiato – pur soltanto intravisto, perché il lavoro dei curatori è impeccabile – della lezione universitaria.
Orlando insegue le apparizioni del soprannaturale letterario, incaricandosi di disegnare un arco che va dal Medioevo di Rutebeuf al Novecento di Kafka (non senza qualche puntata all’indietro, verso l’antichità, purtroppo soltanto sfiorata, ma non senza che riemergano, qua e là, almeno i nomi di Omero, Luciano e Ovidio), in un sostanziale nomadismo letterario, senza confini geografici, che può dunque spingersi dall’Inghilterra di Shakespeare all’Italia del poema cavalleresco, dalla Francia di Voltaire alla Germania di Goethe (e così l’Orlando francesista ci ricorda ancora una volta, per inciso, che comparatistica non vuol dire abolizione delle letterature nazionali, ma loro capillare assunzione e conoscenza, e in certo senso loro custodia). L’autore tenta di rispondere, sostanzialmente, a questa domanda: come reagisce il Testo di fronte all’irrazionale? Come lo rappresenta? Quali sono le eventuali costanti di una fenomenologia del soprannaturale (dei, mostri, fantasmi, ecc.)? Le proposte di Orlando sono abitate – viene da dire: come sempre – da due istanze ineludibili, o due demoni: quello della tassonomia e quello dell’esempio. I quali collaborano vitalmente, anche a stare al solo titolo del capitolo d’esordio: Minimi esempi in vista di un concetto. È qui che si fissano i primi puntelli teorici, per esempio la necessità – perché si dia soprannaturale letterario – di una serie di regole che permettano di avvertire l’esplosione dell’irrazionale come infrazione, come alterazione persino minima del reale. Oppure, si veda la grande attenzione topologica di Orlando, ovvero per le localizzazioni letterarie: per gli spazi della Commedia o soprattutto della Gerusalemme Liberata, intimamente legati all’apparizione dell’Altro o – più esplicitamente – alla liberazione della «trasgressione» (per cui il luogo appartato e oscuro, diventa, in questa lettura, un correlato dei segreti intimi della psiche tassiana). E più oltre, ecco Orlando fare cenno alle altre due meridiane fondamentali per la sua esplorazione, cioè la Storia, da una parte, e la Tipologia dall’altra. La prima parte del volume si preoccupa infatti, in particolare, delle «variabili cronologiche» del tema. Non si potrà non citare il capitolo dedicato a Cervantes – nel quale il tema della magia è identificato come portante – ma il passaggio più chiaro, in tal senso, è quello imperniato sul Faust, se quest’opera assomiglia all’atto di fondazione di un soprannaturale compiutamente moderno: così, nella scena di una strega che non riesce a riconoscere il diavolo, si può rileggere il soprannaturale goethiano come un segnale di allusione all’accelerazione storica, o diremo forzando un po’: alla tecnicizzazione del mondo (o, con il Lukacs ricordato da Orlando, come allegoria del capitalismo).
Quanto, invece, a uno sforzo diretto alla categorizzazione, questa è consegnata soprattutto alla seconda parte dell’indagine, nella quale si distingue fra l’altro tra un soprannaturale «di tradizione», come quello di Omero o di Dante, esito della «reificazione dell’immaginario collettivo» (e dunque ben piantato su un principio di autorità religioso); e un soprannaturale «di derisione», per il quale bisognerà di nuovo tornare al Chisciotte, o si potrà spingersi, per stare a un solo caso, ai Contes di Voltaire. E si tenta di circoscrivere un soprannaturale «di indulgenza» – testimone principale un Ariosto – categoria intimamente rinascimentale, che certificherebbe un modo di guardare all’evento prodigioso intriso di ironia e insieme di empatia: come se, insomma, utopia e razionalizzazione potessero in qualche modo convivere, per esempio nel Furioso.
È persino ovvio che Freud sia, anche qui, un riferimento importante (basti guardare all’età della Rivoluzione ripensata, nel capitolo faustiano, alla luce del complesso di Edipo). Così come è ovvio che un interlocutore costante sia il Todorov de La letteratura fantastica, dal quale si prendono tuttavia le dovute distanze. Per esempio dal Todorov che definisce il fantastico badando anzitutto a come questo si risolva o razionalizzi nel finale: «Ma se per la maggior parte dell’opera esitiamo e siamo tenuti in sospeso – chiosa Orlando – che cosa importa che nelle ultime pagine ogni incertezza cessi o si razionalizzi del tutto? Il piacere della lettura risiede proprio nel dubbio che si diffonde su tutto il testo». Può darsi che l’ansia categoriale di questo Orlando – come dell’Orlando de Gli oggetti desueti – non sia (più) nostra. Ma è l’invito continuo – e spesso implicito, nobilmente silenzioso – a un irrinunciabile plaisir du texte – a non farcelo sentire distante. Anzi: a farlo risultare ancora più indispensabile.

- Massimo Natale - Pubblicato su Alias del 25/6/2017

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Rileggere Francesco Orlando *
di Gianluigi Simonetti

[* Una versione più breve di questo articolo è apparsa sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»; una discussione più ampia e dettagliata del Soprannaturale letterario di Francesco Orlando uscirà invece sul prossimo numero della «Nuova Rivista di Letteratura Italiana»]

   Chi possiamo considerare il più sottovalutato, isolato e in definitiva inascoltato fra i grandi studiosi di letteratura che hanno operato in Italia negli ultimi decenni? Un nome possibile è quello di Francesco Orlando, francesista prima e poi comparatista, scomparso a Pisa nel 2010; la cui lezione, osservava qualche settimana fa Franco Cordelli sul «Corriere della Sera», «è ormai solo un ricordo». Un po’ esagerato, ma in sostanza giusto. Naturalmente è facile, per chi si occupa di letteratura, associare il nome di Orlando a quello di tanti suoi libri importanti, quali Per una teoria freudiana della letteratura, Illuminismo, barocco e retorica freudiana e Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Naturalmente, Orlando ha lasciato un metodo, e una schiera di allievi. E naturalmente non sono mancate importanti traduzioni straniere delle sue opere più aggiornate e esportabili (come quelle, in inglese e francese, degli Oggetti desueti). Ma l’impressione, oggi, è che non si sia riflettuto abbastanza non tanto sul metodo di Orlando, a volte irrigidito da scommesse un po’ ingegneristiche – quanto sulla qualità delle sue letture testuali, e sulla concezione stessa che aveva della letteratura. Che insomma sia mancato un ascolto attento e profondo, anche critico purché intelligente, delle sue parole.
L’occasione per una verifica della figura di Orlando è offerta oggi dall’apparizione del suo primo saggio postumo, finalmente pubblicato da Einaudi (peraltro nella stessa collana, la Piccola Biblioteca, che aveva ospitato anche alcuni suoi precedenti lavori; e che si spera possa accoglierne altri, inediti, che sappiamo in circolazione). Il soprannaturale letterario condensa una ricerca durata vent’anni, articolata, com’era abitudine di Orlando, in diversi cicli di corsi universitari. I tre curatori del libro – Stefano Brugnolo, Luciano Pellegrini e Valentina Sturli – si sono serviti in particolare delle registrazioni complete di un corso tenuto nella primavera del 2006, integrato con sbobinature dell’anno precedente e appunti dettagliati presi per le lezioni. Il risultato è un saggio che nutre la ambizione di verificare – attraverso l’analisi di singoli testi esemplari – i diversi statuti che il racconto del soprannaturale ha assunto durante i secoli, e più in generale i rapporti che ha intrattenuto con la realtà ordinaria rappresentata nelle opere. Orlando riflette insomma sul modo in cui la letteratura ha reagito alla pressione che le leggi di realtà, in situazioni storiche date, hanno opposto alla tentazione umana di credere all’incredibile. Interrogandosi sui diversi statuti del soprannaturale Orlando cerca evidentemente di emanciparsi da categorie più circoscritte, come il fantastico, il meraviglioso o il fiabesco; cerca insomma di decifrare il funzionamento di un grande codice letterario, capace di attraversare i secoli declinandosi attraverso analogie e differenze, costanti e varianti. Il tutto chiaramente in stretta relazione con l’intuizione teorica di una letteratura continuamente sospesa tra obbedienza alle regole imposte dalla società e trasgressione di quelle stesse regole: una letteratura come «formazione di compromesso» tra ciò che è lecito e non è lecito, di volta in volta, scrivere o dire; tra le istanze imposte da una determinata epoca storica e quelle atemporali della psiche.
Chi scrive è tra coloro che hanno avuto il privilegio di seguire Orlando a lezione, cioè in quello che definirei il suo ambiente naturale – il luogo nel quale la sua intelligenza e il suo fascino intellettuale erano più acuti e per così dire irresistibili. Nel Soprannaturale letterario, sebbene frutto di un assemblaggio a posteriori, ci si imbatte a volte in tratti retorici e stilistici che erano tipici di Orlando: su tutti l’ironia, sempre eloquente (come quando ad esempio, commentando Le Miracle de Théophile di Rutebeuf, il critico si mette dalla parte del diavolo, contro una Vergine «un poco a corto di argomenti»); ma anche certi giri sintattici, certe simmetrie, certe inversioni molto riconoscibili («Quando leggiamo che per don Chisciotte “tutto può essere” risulta difficile dire se tutto si spiega perché non si spiega niente, o niente perché si spiega tutto») [1].
Quel che più conta, però, è che nel libro postumo tornano le tracce delle principali qualità intellettuali di Orlando, come le ricordano i suoi studenti di un tempo. La prima era ovviamente la quantità e l’eccellenza della cultura letteraria. Un aspetto risaputo, sul quale non mi soffermo, se non per rilevare, con i curatori del volume, che il Soprannaturale letterario contribuisce a quel progetto di una teoria e storia della letteratura occidentale che Orlando concretizza nei primi anni Novanta, soprattutto negli Oggetti desueti. Un modo per saldare la sua ultima stagione al ricordo dei modelli critici giovanili: Auerbach soprattutto, poi Praz e Curtius. Soprannaturale e Oggetti si muovono nello stesso vastissimo mondo culturale e condividono la stessa struttura di indagine (collaudata a lezione): una intuizione teorica sommariamente evocata, una serie di verifiche testuali, un abbozzo di classificazione, infine un’ultima controprova testuale.
La seconda caratteristica di Orlando, particolarmente ben testimoniata da questo volume, riguarda il suo grande talento didattico: un dato che assume oggi – in una stagione in cui nella facoltà umanistiche s’impongono pedagogie che a Orlando avrebbero fatto orrore – un senso e un valore davvero preziosi. Molto difficilmente mi è capitato di sentire lezioni preparate con la cura con cui Orlando preparava le sue, sempre gremite di studenti (i quali sapevano e sanno benissimo chi vale la pena di ascoltare e con quanta attenzione). Anche questo è un aspetto abbastanza noto, per non dire leggendario, ma vale la pena di sottolineare quanto tipico di Orlando fosse il piacere di insegnare; il desiderio, l’allegria, e il bisogno di farlo; la capacità di comunicare agli studenti quanta passione intellettuale e quanto autentico godimento possa offrire l’ascolto di una grande opera d’arte.
Infine la terza qualità, solo apparentemente scontata per un letterato: Orlando aveva capito cos’è e come funziona la letteratura. Non solo l’aveva capito; lo sentiva nel profondo, nella carne e nel sangue, in virtù di un’adesione e di un investimento personale nell’arte che poi sapeva valorizzarsi al servizio di un’intelligenza critica fuori dal comune. Vale a dire che il nucleo della sua proposta teorica non gli veniva da una somma di letture o di ragionamenti astratti, ma dalla comprensione di una parte profonda di sé; una parte con cui Orlando deve avere, credo, molto battagliato, ma il cui ascolto aveva dato origine all’intuizione di una letteratura, letteralmente, portatrice di desiderio, che è poi il primo passo che conduce al suo personalissimo impiego, in chiave formale, di Freud e Matte Blanco. C’era qualcosa di sensuale nella passione di Orlando per la cultura; un’energia che nasceva dalle opere che analizzava – era uno di quegli studiosi vecchio stile che si occupano pressoché esclusivamente di buona letteratura, e che credevano, ancora, alla centralità del letterario – e un’energia che alle opere, lette da lui, ritornava, come moltiplicata. Dalla percezione di un nesso tra la coerenza formale di ogni grande testo e la presenza, nel testo stesso, di un sottofondo desiderante nasce l’intuizione di un’ambivalenza sovrana della scrittura che si afferma, ancora una volta, nel Soprannaturale letterario, ma che dopotutto era già presente nel primo libro importante di Orlando. In Infanzia memoria e storia da Rousseau ai romantici, pubblicato nel 1966, la nozione di patto col lettore, ricavata dallo studio delle Confessioni di Rousseau, configura già, come ha notato Sergio Zatti, l’idea-chiave della formazione di compromesso, che prelude alle letture di Racine e Molière (1971 e 1979) e a Per una teoria freudiana della letteratura (1973). Risulta quindi precocemente delineata l’idea che la letteratura dia voce a istanze contraddittorie e profonde; che sia la somma di bisogni divergenti, tra dire e non dire – come al giovane Orlando suggeriva una lettura non superficiale di Mimesis. Prima ancora che spiattellare contenuti, l’arte esprimerebbe un’esigenza di tipo formale: l’esigenza di dare voce al mondo com’è, e insieme a ciò che è soffocato dal mondo com’è. La cosa cruciale che Orlando ha capito, e ci ha spiegato, è che – provo a dirlo brutalmente e forzando un poco – la letteratura non è votata al bene, e neppure al male, ma vuole il bene e il male contemporaneamente, e che questo soprattutto la distingue da altri saperi, fino a renderla quella forma di conoscenza specifica e insostituibile che sa essere.

(In questo nuovo Soprannaturale letterario, per inciso, l’ambivalenza è rappresentata dal rapporto, storicamente determinato, tra critica e credito al soprannaturale. Più profondamente, dal rapporto tra il bisogno di pensare razionalmente, o addirittura scientificamente, e il bisogno, opposto, di scappare dalla realtà, di abbandonarsi all’anarchia e all’irrazionalità del desiderio).

Ora, l’idea di una letteratura come congegno espressivo al servizio di un’ambivalenza irriducibile alle leggi etiche e logiche può sembrare semplice, o addirittura elementare, dopo che Orlando ce l’ha spiegata – sulla scia di una tradizione romantica e poi modernista con cui si sentiva in continuità. E in effetti i grandi scrittori l’hanno sempre saputo, che la letteratura non sta mai da una parte sola. Eppure si pensi a quanto pochi siano stati gli studiosi italiani che abbiano saputo spiegarlo con altrettanta chiarezza; soprattutto si pensi a quanto sia in effetti poco diffusa e condivisa quest’idea al presente. La distanza si verifica facilmente se proiettiamo le idee di Orlando non solo sul piano del senso comune, ma anche su quel che resta del dibattito letterario, e della ricerca teorica. L’uno e l’altra monopolizzati da letture che sempre più cercano nelle opere letterarie l’ affermazione pura e semplice di un’ideologia; come testimonianza di una sola matrice identitaria, di un solo ordine simbolico.
Che la letteratura, quando è davvero tale, sia un tipo di sapere non arruolabile a scopi civili; che ciò che non dice esplicitamente sia altrettanto o forse più importante di ciò che esplicitamente (e volontaristicamente) dice; che non sia mai solamente espressione diretta e coerente di un pensiero o di una morale, ma, sempre, l’esito di un conflitto invisibile – credo sia questa la lezione più importante di Orlando, e, al tempo stesso, paradossalmente, la meno assimilata. La cultura italiana conserva, nonostante tutto, questo fondo idealistico, per cui la letteratura deve stare dalla parte del Bene. Tutto sommato è stato sempre così; ma il guaio è che è sempre più così. La critica e ormai anche la teoria sempre più ridotte a una psicopolizia conformista e ottusa, incapace di tollerare la minima sottigliezza e la minima contraddizione.

- Gianluigi Simonetti - Pubblicato su Le Parole e le cose del 20/11/2017 -

[1] F. Orlando, Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme, Einaudi, Torino 2010, p. 52.

sabato 18 novembre 2017

Prefazione

prefazione

Certo, il modo di esporre un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l'indagine. L'indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l'interno concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente. Se questo riesce, e se la vita del materiale si presenta ora idealmente riflessa, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori.

Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l'opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma addirittura in soggetto indipendente col nome di Idea, è il demiurgo del reale, che costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell'idea o processo del pensiero. Per me, viceversa, l'elemento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini.

Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent'anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che ora dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava lo Spinoza: come un «cane morto». Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore, e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, col modo di esprimersi che gli era peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico.

Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza.

La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del cielo periodico percorso dall'industria moderna, e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale. Essa è di nuovo in marcia, benché ancora sia agli stadi preliminari; e per l'universalità del suo manifestarsi, come per l'intensità dei suoi effetti inculcherà la dialettica perfino ai fortunati profittatori del nuovo sacro impero borusso-germanico.

Londra, 24 gennaio 1873.
Karl Marx

venerdì 17 novembre 2017

Apolidi

apolidi cornell

Fra l'ansia e l'incoscienza

Quel che attrae l'attenzione, in "Scritti Apolidi" di Julio Ramón Ribeyro, è la sua insistenza sul voler raffrontare e stabilire dei paralleli fra l'infanzia e l'età adulta. Il tema fa parte di una riflessione costante sulla morte, sulla posterità e sull'oblio. Fin dalle prime pagine, scrive: «Il senso di età è relativo: siamo sempre giovani o vecchi rispetto a qualcuno.»
Altrove, egli commenta i «sistemi di riferimento» che avvicinano padre e figlio: «Così come è per me, mio figlio ha le sue autorità, le sue fonti, i suoi riferimenti cui ricorre quando vuole sostenere un'affermazione o un'idea. Ma se le mie autorità sono i filosofi, gli scrittori o i poeti, quelle di mio figlio sono venti album di avventure di Tintin». Questa prima versione di "autorità" gli è utile «in quanto placenta», «per proteggersi dalle contaminazioni del mondo circostante».
«È falso dire che i bambini imitano i giochi degli adulti: sono i grandi che plagiano, ripetono ed amplificano, su scala planetaria, i giochi dei bambini.»

Le riflessioni fatte da Julio Ramón Ribeyro hanno delle chiare affinità con quelle fatte da Walter Benjamin circa l'infanzia e la storia dei giocattoli - o con le riflessioni di Claude Lévi-Strauss sulla relazione fra il tempo e i manufatti (il bricolage, come veniva definito ne "Il Pensiero Selvaggio") - che poi porteranno Giorgio Agamben alla connessione fra "Infanzia e Storia" (libro in cui dirà che «la miniaturizzazione è la cifra della storia», qualcosa che riecheggia anche nella poetica di un altro contemporaneo di Ribeyro, Joseph Cornell, il quale, nel montaggio delle sue "scatole", lavorava non solo con la miniaturizzazione, ma anche con la convivenza soggetta a tensione fra il mondo adulto ed il mondo dell'infanzia, fra l'ansia e l'incoscienza). Un'intuizione che emerge in diversi momenti di "Scritti Apolidi":
«È vero che sono stati inventati i giocattoli, i quali sono un mondo miniaturizzato, che può essere usato dai bambini, e che è a loro misura. Ma i bambini si stancano dei giocattoli e, per imitazione, vogliono muoversi costantemente nelle cose degli adulti. Con quale decisione e spontaneità si lanciano in direzione della vita adulta, che mania che hanno di imitare i più vecchi!»

E, per finire, la relazione fra infanzia, tempo e storia investe anche l'attività della scrittura:
«Ora che mio figlio sta giocando nella sua stanza e che io sto scrivendo nella mia, mi domando se l'atto di scrivere non sia il prolungamento dei giochi dell'infanzia. Mi accorgo che sia io che lui siamo concentrati in quel che facciamo e che prendiamo molto sul serio le nostre azioni, come frequentemente avviene con il gioco. La differenza sta nel fatto che il mondo dei giochi infantili sparisce quando terminiamo di giocare, mentre il mondo dei giochi letterari dell'adulto, nel bene e nel male, rimane. Perché? Perché i materiali dei nostri giochi sono differenti. Il bambino fa uso di oggetti, mentre noi utilizziamo simboli. E, in questo caso, il simbolo dura più di quanto dura l'oggetto che lo rappresenta. Abbandonare l'infanzia vuol dire precisamente sostituire gli oggetti con i simboli.»

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mercoledì 15 novembre 2017

Neolingue

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Scrittura «inclusiva» o posizione elitaria al servizio dell'ideologia dominante?
- di Yves Coleman -

Preceduta, negli ambienti universitari di sinistra e di estrema sinistra (dove si continuano a trovare spesso sempre le stesse persone, anche se non fanno carriera nei media o all'università), da diversi anni di «femminizzazione» e di «generizzazione» dell'ortografia e della grammatica, attualmente ha guadagnato popolarità nei media francesi, innescando ogni sorta di polemica che sia in grado di distogliere dalle questioni essenziali, quelle legate allo sfruttamento e al dominio reale. In tutta questa discussione faziosa, c'è una sola questione che ci interessa: La femminizzazione dell'ortografia e della grammatica ha un legame determinante, decisivo, con il dominio degli uomini sulle donne, o con il sistema stabilito del «patriarcato»? Se si tratta di apporre il segno del genere femminile a delle parole che sono di solito maschili come autore, scrittore, pompiere o soldato, questo non mi pone alcun problema, ma questa riforma non cambierà niente per quel che riguarda il dominio maschile in tutte le società esistenti. Al contrario, i promotori e le promotrici di queste riforme portano avanti delle ragioni ideologiche «radicali» che non stanno in piedi sul piano storico e politico, la sola dimensione che qui ci interessa.

Farò solo due esempi:
1. Ci sono molte lingue asiatiche che non comportano alcuna marcatura di genere (femminile o maschile) negli articoli (inesistenti), negli aggettivi e nei verbi. Ciò non è il segno di un dominio maschile meno importante. Direi, piuttosto, il contrario. Le società asiatiche, segnate soprattutto dal confucianesimo e dal buddismo, sono delle società particolarmente «patriarcali», anche perché sono entrate dopo nella modernità e nella globalizzazione capitalista. L'assenza, nella grammatica e nell'ortografia, del dominio del maschile sul femminile non ha avuto alcuna conseguenza su queste società asiatiche che costituiscono una parte assai importante della popolazione mondiale, e non dispiace ai postmoderni europei e americani.
2. Alcuni a accademici e giornalisti invocano il fatto che nella grammatica francese, fino al XVIII secolo, il maschile non prevaleva sul femminile. Ma la cosa si ritorce contro di loro, dal momento che questo implica che si supponga che fino al XVIII secolo la società francese sarebbe stata meno «patriarcale» rispetto a quella successiva... Aspetto con impazienza che i nostri riformatori dell'ortografia ce lo dimostrino, ma temo che non saranno in grado di farlo. Per loro la cosa non ha alcuna importanza, dal momento che portano avanti un'ideologia idealista.

Infatti, l'idealismo in politica (che qui si manifesta attraverso la convinzione anti-materialista secondo cui sarebbero la lingua e la grammatica a formattere radicalmente i rapporti di dominio e di sfruttamento) convince solo quelli che non sono troppo schizzinosi riguardo la qualità scientifica e razionale delle idee, che lui o lei sostiene.
Fondamentalmente, tutto questo rumore mediatico non fa altro che coprire una sola cosa: secondo l'ideologia borghese oggi dominante, ivi compresa la sinistra e l'estrema sinistra, basterebbe cambiare il linguaggio e la grammatica per cambiare in maniera significativa la società, e bisognerebbe moltiplicare le leggi che regolano l'espressione scritta ed orale per consentire una vera uguaglianza fra gli uomini e le donne.
Il vecchio movimento operaio (diversamente dai postmoderni, dagli estremisti di sinistra e dalle femministe [*1]) aveva una prospettiva più concreta e realistica: i rapporti di dominio e di sfruttamento si cambiano unicamente per mezzo della lotta comune e costante degli sfruttati, qualunque sia il loro sesso o la loro origine etnica o nazionale. Le riforme democratiche e le conquiste giuridiche, sempre parziali e temporanee, hanno senso solo se sono assoggettate alla pressione organizzata sia dei lavoratori che delle lavoratrici che devono rimanere costantemente in guardia, e passare se possibile all'offensiva, e non lasciarsi mai illudere dai bei discorsi, dalle manovre, dei capitalisti, dei manager e dei burocrati sindacali o di partito.

Tutto il resto sono solo chiacchiere élitarie
Tutti sanno che in questa società i posti di potere finiscono nelle mani di quelli che padroneggiano bene l'ortografia e la grammatica (o in ogni caso vengono supportati da esperti ed esperte in comunicazione scritta e orale incaricati di fabbricare la loro immagine e giustificare il loro dominio nel nome di una «competenza», anche linguistica, spesso immaginaria).
I militanti e le militanti di sinistra, di estrema sinistra o gli anarchici che sono passati per i banchi dell'università nel corso, diciamo, di una ventina d'anni condividono le illusioni dei loro insegnanti élitari, postmoderni, che hanno fatto loro credere che cambiare la lingua e la grammatica permetterebbe di cambiare la società.
Se vogliono rafforzare il divario sociale e culturale che separa gli sfruttati dagli sfruttatori, questi militanti e queste militanti non hanno da fare altro che continuare lungo la strada che hanno scelto. D'altronde, i loro volantini, i loro articoli ed i loro libri scritti in un linguaggio elitario ed illegibile  ne sono la triste testimonianza.
Ma che non ci vendano il loro elitarismo piccolo-borghese ed il loro idealismo anti-materialista spacciandolo per un tentativo di cambiamento egualitario!
Inventare una nuova lingua elitaria e per iniziati (o meglio una neolingua, come testimonia il termine «inclusivo» che accompagna questo marketing ideologico) non ha niente a che vedere con la lotta per la soppressione delle diverse forme di sfruttamento e di dominio! E tutto ciò ha a che fare con una postura radical-chic, sintomo della loro impotenza politica camuffata da un'arroganza linguistica!

- Yves Coleman - Ni patrie ni frontières -

NOTA:
[*1]
- Una recente trasmissione su France Culture spiegava come, secondo un'inchiesta internazionale, quando le aziende vengono dirette e controllate da delle donne, la produttività (quindi lo sfruttamento) sia maggiore di quelle che vengono dirette da uomini. Una simile informazione non pone alcun problema alle giornaliste femministe di questa catena... Si possono trovare degli echi di questa osservazione (inquietante almeno per le menti critiche e non ancora indottrinate per mezzo di concetti politici e sociali idealisti) in molti articoli vecchi o recenti:
[ https://www.lexpress.fr/emploi/les-femmes-moteur-de-la-performance-economique_969643.html
https://www.lesechos.fr/26/06/2017/lesechos.fr/030410012551_entreprises-dirigees-par-des-femmes---meilleure-rentabilite-mais-sous-representation.htm
https://www.capital.fr/votre-carriere/les-femmes-meilleures-que-les-hommes-au-travail-628821 ]

Fonte: Mondialisme.org

martedì 14 novembre 2017

Almeno un fatto...

dostoev

Il romanzo d'azzardo e l'errore di Dostoevskji
- di Piergiorgio Odifreddi -

Fëdor Dostoevskij soffriva di epilessia. Si racconta che abbia avuto il primo attacco l’8 giugno 1839, a diciott’anni, quando ricevette la notizia che il padre era stato ucciso dai propri contadini, esasperati dai suoi maltrattamenti. Non ci sono testimonianze serie al proposito, ma questo non impedì a Sigmund Freud di ricamarci sopra comunque, alla sua solita maniera, nel saggio Dostoevskij e il parricidio (1927). Le prime crisi accertate di epilessia lo scrittore le ebbe in seguito al trauma di una finta fucilazione, alla quale fu sottoposto il 23 dicembre 1849. La pena capitale per sedizione era infatti stata commutata dallo Zar nei lavori forzati, poi descritti nelle Memorie dalla casa dei morti (1862), ma la notizia venne comunicata ai condannati solo dopo una macabra messinscena, che lasciò un segno indelebile su molti di loro. Nonostante la rimozione di Freud, che declassava l’epilessia di Dostoevskij a un sintomo isterico, la malattia era non solo fisiologica, ma ereditaria: l’aveva anche il figlio Aleksej, che ne morì a soli tre anni. Ma lo scrittore non viveva le crisi in maniera puramente negativa: al contrario, le paragonava a esperienze mistiche, e dichiarò che non le avrebbe scambiate per nessun’altra gioia al mondo. Oltre che in questa prima  malattia, fisiologica, Dostoevskij sperimentò il doppio vincolo dell’esaltazione mista al dolore anche in una seconda malattia, psicologica: il vizio del gioco, al quale egli dedicò il romanzo Il giocatore, e Freud la seconda parte del proprio saggio. In Dostoevskij mio marito (1916) la moglie Anna descrive con molta comprensione lo stress materiale che il gioco causava al marito e alla famiglia, ma anche lo stimolo intellettuale che egli sapeva trarre dall’indigenza e dalla sofferenza per scrivere le sue “opere malate”, come le definì Tolstoj.
D’altronde, la signora Dostoevskaja sapeva fin dagli inizi che razza di uomo il destino le aveva assegnato come compagno di vita. Era stata infatti assunta il 3 ottobre 1866 come stenografa per lo scrittore, che doveva immediatamente consegnare un nuovo romanzo a un editore che gli aveva anticipato dei soldi per pagare i debiti, ipotecando i diritti delle sue opere passate e future. Il 4 ottobre la ventenne ragazza entrò in servizio, alla fine del mese il libro era finito, nei primi giorni del 1867 era in libreria e il 15 febbraio i due erano già sposati.
Manco a dirlo, l’instant book era l’autobiografico Il giocatore. La storia si svolgeva in una fittizia Roulettenburg, ispirata alle reali Wiesbaden e Baden-Baden: due città di terme e casinò, per il risanamento del corpo e la perdizione dell’anima del jet-set ottocentesco.  Il  Dostoevskij scapolo c’era andato nell’autunno del 1863, dilapidando quasi tutto il suo patrimonio: ad accompagnarlo c’era allora la studentessa  Apollinaria Suslova, che divenne la Polina del Giocatore (oltre che Katerina di Delitto e castigo, Nastasja dell’Idiota, Lizaveta dei Demoni e Grushenka dei Fratelli Karamazov). Il Dostoevskij sposato tornò a Wiesbaden e Baden-Baden con la moglie  nell’estate del 1867, perdendo di nuovo alla grande, come racconta Leonid Cypkin in Estate a Baden-Baden (1982). Il viaggio di nozze dello scrittore e della stenografa durò quattro anni, durante i quali lui scrisse due libri, L’idiota (1869) e I demoni (1871), e lei partorì due figlie, la prima morta a soli tre mesi. Ma, almeno stando ai ricordi della moglie, dopo la folle estate del 1867 Dostoevskij giocò solo sporadicamente, e smise del tutto quando essi tornarono in Russia nel 1871. Certo era destinato a indebitarsi, giocando, visto che credeva in un metodo infallibile per vincere: lo scrive lui nel Giocatore, e lo conferma la moglie nei ricordi, precisando entrambi che il metodo richiedeva però il possesso di un grosso capitale. Ma un ingegnere come Dostoesvkij, laureato nel 1843 alla Scuola Militare del Genio di San Pietroburgo, avrebbe dovuto sapere che “grosso” significa in realtà “illimitato”, e che nemmeno l’uomo più ricco del mondo ha un tale capitale a disposizione.
 
Il metodo è semplicemente la cosiddetta martingala: un termine introdotto in Francia nel Settecento, per indicare il tentativo di battere la fortuna in un gioco d’azzardo sfruttando le regole a proprio vantaggio. Ad esempio, poiché giocando “rouge et noir” alla roulette si vince il doppio della posta quando esce ciò su cui si è puntato, e si perde la posta altrimenti, il trucco consiste nel raddoppiare a ogni tiro la posta fino a quando si vince. Lo stesso succede giocando “manque et passe”, cioè la prima o la seconda metà dei numeri da 1 a 36. Naturalmente, in entrambi i casi si può essere sicuri di vincere solo avendo a disposizione un capitale e un tempo infiniti. I giocatori del Giocatore  puntano affannosamente in entrambe, ma non possono evitare di notare che a volte esce anche lo zero. Le regole del casinò sono dunque truccate a favore del banco, perché le probabilità nel “rouge et noir”, così come nel “manque et passe”, non sono 18/36 ma 18/37 (e 18/38 con il doppio zero). In un gioco onesto la vincita dovrebbe essere un po’ più del doppio, perché la probabilità di vincere è un po’ meno di metà, e una strategia ideale di vincita dovrebbe prevedere un po’ più del raddoppio della posta a ogni tiro.
In ogni caso Aleksej, l’autobiografico protagonista del romanzo, ammette apertamente di non calcolare quando gioca, ma spesso si abbandona alla tipica superstizione dei giocatori d’azzardo: di credere, cioè, che la storia delle puntate precedenti abbia un effetto sul seguito, come accade appunto nei romanzi o nelle telenovele. Nella realtà, invece, ogni puntata è una storia a sé stante, che segue le leggi della probabilità senza preoccuparsi di ciò che è già successo. Ad esempio, anche se uscisse il rosso cento volte di seguito, non per questo la probabilità che esca il nero la centounesima sarebbe maggiore di quanto è stata in ciascuna puntata precedente. Si sa comunque che i giochi d’azzardo costituiscono una tassazione sulla stupidità, e i protagonisti del Giocatore sono effettivamente uno più stupido dell’altro: primo fra tutti Aleksej, che sperpera la sua grossa vincita finale facendosi spennare a Parigi in poche settimane dalla escort Blanche. Ma almeno lui non ha rimorsi, a differenza dei protagonisti dei romanzi poliziesco-esistenzialisti di Dostoevskij, così poco considerati dai grandi scrittori russi, da Tolstoj a Bunin a Nabokov. Quest’ultimo, in particolare, insegnava a non prendere sul serio le opinioni espresse nei romanzi, meno che mai dai predicatori come Dostoevskij, e a concentrarsi sui fatti descritti. Avrebbe dunque apprezzato di sapere che vari indizi del Giocatore permettono di ricostruire i cambi delle varie monete europee citate nel romanzo. Il generale, la nonna e Aleksej cambiano   infatti 120 rubli con 100  talleri, 4 federici e 3 fiorini, 13.000 fiorini con 8.000 rubli, 420 federici con 4.000 fiorini  e 20 federici, e 25.000 fiorini con 50.000 franchi. Il sistema di quattro equazioni e cinque incognite permette di ricavare i cambi di quattro delle monete in funzione della quinta, scoprendo ad esempio che il fiorino valeva 2 franchi, il tallero 3,04 franchi, il rublo  3,25 franchi e il federico d’oro 20 franchi. Il che dimostra che persino in un romanzo di Dostoevskij a volte si può trovare almeno un fatto.

- Piergiorgio Odifreddi - Pubblicato su Repubblica del 12 giugno 2017 -

lunedì 13 novembre 2017

Scenari

Arrow, 1958

La fine del capitalismo, dieci scenari.
Un libro di Giordano Sivini
- dal sito Streifzüge -

Giordano Sivini, già professore di sociologia politica nella facoltà di economia dell’università della Calabria, pubblica con l’Editore Asterios La fine del capitalismo, dieci scenari. Vengono presentate le posizioni di studiosi che negli anni recenti hanno affrontato il problema, non di rado sostenendone l’inevitabilità. Si tratta di Arrighi, Wallerstein, Streeck, Harvey,Postone, Kurz, Gorz, Mason e Rifkin. Questa che segue è la Presentazione del libro.

C’è stata una parentesi nella storia del capitalismo in cui il sociale è riuscito ad emergere dall’economico. Aveva rilevanza, in quanto sociale, per il riconoscimento giuridico che lo stato gli attribuiva in forza della sua esistenza come popolazione disciplinata dal lavoro salariato. In funzione della mediazione con l’economico, lo stato aveva ricevuto legittimazione dal sociale. La democrazia, che come parvenza funzionava fin dall’800, era stata giuridicamente ridefinita in senso sostanziale con una articolazione istituzionale orientata a garantire il benessere del sociale. Le politiche economiche e fiscali, pur racchiuse in uno spazio definito dall’economico, realizzavano questo obiettivo attraverso la crescita e lo sviluppo. Agenti dello sviluppo erano le imprese regolate dallo stato, che interveniva sui processi economici stabilendo vincoli per il mercato, e sosteneva la domanda creando quel reddito aggiuntivo che il capitale non poteva o non voleva assicurare, permettendo la riproduzione delle condizioni di crescita e di sviluppo.
Questa parentesi è ormai chiusa, e se ne è aperta un’altra. Il sostegno dello stato alla domanda, come condizione di crescita e sviluppo, è venuto meno, e il sistema cerca di garantire l’offerta spingendo all’indebitamento e abbassando i prezzi mediante una infaticabile ristrutturazione del sistema produttivo. Flessibilizza il lavoro per abbatterne i costi; riduce l’immobilizzo dei capitali fissi e dei mezzi di produzione; limita il valore unitario delle merci mediante una spinta frammentazione e diversificazione. Ma crescita e sviluppo restano costruzioni illusorie, e le innovazioni concettuali sono finalizzate a sanzionare le interferenze del sociale, che ostacolerebbero lo stato in quanto garante dell’economico. Le sue debolezze a livello nazionale vengono curate dallo stato sovranazionale che, autolegittimandosi in quanto alfiere della libertà economica e della competizione, interviene sul sociale facendolo investire dai dispositivi del mercato, disciplinandolo alla sua razionalità e sottoponendolo ai suoi criteri di valutazione.

L’economia sociale di mercato, che ha forgiato l’architettura istituzionale sovranazionale europea, definisce principi formali di rilievo costituzionale per direzionare i governi degli stati nella loro azione sull’economico e sul sociale. Solidità monetaria e politica fiscale orientata a spezzare il circolo vizioso dell’indebitamento, comprimendo i costi del sociale ed eliminando i particolarismi dei mercati nazionali per affermare il principio generale della libera competizione. Fine ultimo è la costruzione di un ordine ritenuto corrispondente alla natura delle cose e degli uomini, con un mercato che, protetto dalle ingerenze del sociale, e rassicurato dalla vitalità delle forze che lo abitano, va messo in grado di riprodurre gli esseri umani in funzione delle loro diverse capacità imprenditive. Solo lo stato sovranazionale governato da tecnocrati è in grado di educare gli stati nazionali ad uscire dal pantano, sostenendoli nella ridefinizione del sociale con tecnologie di governo delle potenziali conflittualità.
La governance costruisce soggetti governabili entro l’ordine competitivo, creando «una camera di compensazione per quei problemi di ordine sociale che il capitalismo ha creato e che lo mettono in crisi»[1]. La sua ideologia enuncia esattamente ciò che la realtà racconta, e definisce i principi statutari a cui la realtà diversa che insiste sulla priorità del sociale deve conformarsi. Risorse materiali alimentano sistemi di pensiero che eludono il problema di fondo e giustificano i principi statutari. Agli accademici offrono un apparato di conoscenze che condiziona i percorsi scientifici. Ai politici garantiscono la riconquista dei poteri persi nell’era dello stato supermercato. Alle forze sociali prospettano la possibilità di sviluppare senza mediazioni rapporti costruttivi con gli attori economici e politici.

«Quanto più, in quest’ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate dettate dall’ignoranza asinina della coscienza ufficiale»[2]. L’economia sociale di mercato è l’ossimoro prodotto da questa coscienza asinina. “Per i socialdemocratici è un segnale del sostegno del sociale sull’economico. Per i popolari è l’affermazione della dottrina sociale cristiana e del principio di sussidiarietà, e quindi una via salvifica per affrontate i problemi dell’economia globalizzata e dei suoi meccanismi. Per i liberali è il primato della competitività e dell’efficienza del mercato come precondizione per qualsiasi ‘socialità’. Per i conservatori è la necessaria subordinazione dell’individuo ai legami e ai valori comunitari per plasmare una condotta economica guidata da criteri di responsabilità. Anche all’interno della sinistra si sta rivalutando l’economia sociale di mercato come alternativa al capitalismo predatorio delle multinazionali e della grande finanza”[3]. Si può aggiungere che nella costruzione del sociale la governance imbriglia finanche la sinistra della sinistra.
Perché tanta convergenza? «Si tratta esplicitamente di autoregolazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali (l’economia di mercato, vale a dire il capitalismo). Nella realtà la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. (…). Dietro i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario vi è un quarto potere – il potere strutturale del sistema totale del mercato» [4].
Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema che richiede una soluzione per chiudere la seconda parentesi della storia recente del capitalismo. Ma sembra irrisolvibile, nonostante i funambolismi degli economisti che denunciano la gravità della situazione cercando invano di porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come motore del capitalismo.

Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo per riscattare il sociale, mentre i reduci del vecchio marxismo perseguono la vecchia strada delle compatibilità, rinchiudendola nella catena del valore in nome della priorità del lavoro, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato.
Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia. Il baratro verso cui corre il capitalismo sta ormai ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a sollecitare la mia attenzione sulla fine del capitalismo, tanto da indurmi a guardare agli altri scienziati sociali che nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2009, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. Nel 2007, André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz, deceduto nel 2012, aveva intuito fin dal 1985 che il capitale sarebbe finito, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali. Gli altri – Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin – sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.

Mi sono imposto di individuare le diverse strade che li hanno indotti a prevedere la fine del capitalismo esaminando e sintetizzando i loro paradigmi. Li ho esposti senza intromettermi; spesso li ho fatti parlare, e, quando possibile, attingendo ad interviste già pubblicate, utili per fornire interpretazioni dirette. Ho raggruppato i testi in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Aggiungo, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una mia riflessione.

Quali indicazioni si possono anticipare come risultato della comparazione dei testi, che, per inciso, prevedono la fine del capitalismo al più tardi entro i prossimi 50 anni?

In primo luogo, dopo un secolo e mezzo in cui le sorti del capitalismo erano state affidate ad un qualche soggetto rivoluzionario, adesso tutti ne riconducono la fine fondamentalmente a fattori oggettivi, da un lato per l’ineluttabilità dei cicli storici, dall’altro per i processi che minano il capitalismo dal suo interno. Questo non implica l’inattività del sociale, le cui forze devono orientare il processo terminale. Solo David Harvey fa eccezione, perché, seguendo una metodica teorica che non si distacca dal marxismo tradizionale, cerca di unificarle in un soggetto capace di incidere sul capitale.

In secondo luogo, coloro che convergono sulla tesi che il capitalismo è minato al suo interno attribuiscono una funzione decisiva alla terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie informatiche. L’enfasi è posta da alcuni sulla riduzione del lavoro, che, ritenuto fonte insostituibile del valore, fa venir meno la sostanza del capitale; da altri sulla riconfigurazione del sociale sulla base della rete e delle produzioni di rete, che apre la strada al postcapitalismo. Anche qui un eccezione, quella di Wolfgang Streeck, per il quale a minare il capitalismo, senza aprire nuove prospettive, è il neoliberalismo, che ha distrutto ogni freno all’avidità, facendolo precipitare verso un baratro.

Queste sintesi approssimative di ciò che emerge dalla lettura dei testi, non danno ovviamente conto della complessità delle dinamiche teoriche e analitiche, che, come preciso nelle conclusioni, distinguono tra capitalismo e capitale e tra diverse concezioni del capitale.

[1] Commisso G., La governance nell’economia sociale di mercato, Materiali per una storia della cultura giuridica, XLV, 1, 2015 p. 283.

[2] Kurz, R., In attesa degli schiavi globali, blackblog.francosenia, 25 aprile 2016.

[3] Commisso G., La genesi della governance dal liberalismo all’economia sociale di mercato, Trieste, Asterios, 2016.

[4] Kurz R., La sostanza del capitale, blackblog francosenia, 20 gennaio 2016.

fonte: cambia il mondo

 

- Pubblicato sul sito: Streifzüge. Magazinierte Transformationslust -

sivini

Dieci Scenari
- di Giordano Sivini -

Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema da affrontare per chiudere la parentesi neoliberale della storia recente del capitalismo. Ma la soluzione non c’è: solo funambolismi che denunciano la gravità della situazione senza riuscire a porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come suo motore.
Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo abbandonando la vecchia strada delle compatibilità, che ora porta a rinchiudere il lavoro entro la catena del valore, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato. Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia, perchè il baratro verso cui corre il capitalismo sta ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a richiamare di recente l’attenzione sulla fine del capitalismo, ma altri autorevoli scienziati sociali nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2007, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. In quello stesso anno André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz aveva sostenuto fin dal 1986 che il capitale era prossimo alla fine, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali fino al 2012, anno del suo prematuro decesso. Gli altri - Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin - sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.
Il libro individua le diverse strade che li hanno indotti a prevedere, in vario modo, la fine del capitalismo, sintetizzando i loro paradigmi. Le loro analisi sono esposte senza intromissioni, con riferimento ai loro scritti e alle loro interviste. Sono raggruppate in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Si aggiunge, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una riflessione dell’autore.

- Giordano Sivini * -

(dal risvolto di copertina di: Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios,  €13,00)

Indice

Introduzione
Due parentesi e la fine del capitalismo, 11

CAPITOLO PRIMO
LA FINE DELLA STORIA DEL CAPITALISMO
1. Giovanni Arrighi: la conclusione dei cicli sistemici, 17
2. Immanuel Wallerstein: la fase terminale del capitalismo, 27
3. Gli Adam Smith e l’economia-mondo, 31

CAPITOLO SECONDO
L’AGONIA DEL CAPITALISMO
1. Wolfgang Streeck: la perdita del soggetto e la fine del capitalismo, 37
2. David Harvey: la ricerca di un nuovo soggetto, 50

CAPITOLO TERZO
IL SUICIDIO DEL CAPITALE
1. Critica del valore: la fine del soggetto automatico, 63
2. Moishe Postone: l’evoluzione del capitalismo, 71
3. Robert Kurz: l’esaurimento del lavoro, 79

CAPITOLO QUARTO
VERSO LA NUOVA SOCIETÀ
1. André Gorz: la fine della condizione alienata, 91
2. Paul Mason: il postcapitalismo, 104
3. Jeremy Rifkin: la grande trasformazione, 112

CONCLUSIONI
1. Se finirà, come e chi, 119
2. Spoliazione senza accumulazione, 122

- LEGGI LE PRIME 40 PAGINE -

*Giordano Sivini (Trieste 1936) è stato professore di sociologia politica presso la Facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Negli anni ’70 si è occupato dei partiti politici, pubblicando per Il Mulino Sociologia dei partiti politici e un lavoro monografico su Roberto Michels. Negli anni ’80 è stato impegnato nella cooperazione in Africa, e ha realizzato analisi socioeconomiche raccolte in volumi pubblicati dall’Istituto Italo Africano sul Senegal, sul Mali e sui Maasai della Tanzania. Negli anni ’90 ha continuato ad occuparsi di problemi di sviluppo con riferimento ad alcuni temi dell’agricoltura calabrese in una prospettiva comparata europea (agrumicoltura e olivicoltura), che hanno dato luogo a pubblicazioni edite da Rubbettino. Nella prima parte degli anni 2000 ha studiato le migrazioni dall’Africa, pubblicando, ancora con Rubbettino, due libri. Pubblicazioni più recenti sono La resistenza dei vinti (Feltrinelli 2006), Resistance to Modernization in Africa (Transaction 2007), Il banchiere del Papa e la sua miniera (Il Mulino 2009), Compagni di rendite (Stampa alternativa 2013), e diversi articoli in Foedus sulla finanziarizzazione fin dalla crisi dei subprime, e in Inchiesta sulla Chrysler e sulle trasformazioni della Fiat in FCA. Continua ad occuparsi delle tematiche affrontate di recente e delle condizioni in cui si trova l’Unione Europea.

(dal sito di Asterios)

domenica 12 novembre 2017

Voci

sfumature

Nel corso del XX secolo l'Italia è stato uno dei paesi dell'Occidente in cui il confronto politico e la dialettica fra le classi sociali ha assunto la più marcata connotazione ideologica. Questo alto livello di ideologizzazione ha fatto sì che nelle culture politiche italiane si stratificassero molteplici concezioni e rappresentazioni della rivoluzione, all'interno delle quali occupano un ruolo centrale quelle della Rivoluzione russa e, in particolare, di quella bolscevica dell'ottobre 1917. Questo volume raccoglie una serie di ricerche sulle rappresentazioni della Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento. Le rappresentazioni del 1917, e quelle della forma di Stato e di governo nata dalla Rivoluzione rappresentano un punto di osservazione sull'evoluzione delle culture politiche, delle loro relazioni e contrapposizioni, della circolazione di idee e delle influenze reciproche. Dalla metà degli anni Venti fino al crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, gli eventi russi del 1917 e il "modello sovietico" diventano un termine di confronto, un esempio a cui ispirarsi o, comunque, un elemento imprescindibile per tutte quelle correnti politiche e culturali che cercano di elaborare una lettura (positiva o negativa, ideologica o più orientata all'analisi reale) della società di massa, del capitalismo fordista, del rapporto fra Stato e classi sociali e di quello fra interessi economici individuali e collettivi.

(Dal risvolto di copertina di: Marco Di Maggio (a cura di), Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, Biblioteca di Historia Magistra)

Il grande rimosso del Novecento
- di Alessandro Santagata -

Nell’introduzione a "I Rivoluzionari", Eric Hobsbawm sosteneva che la differenza principale tra la sua generazione e quella dei militanti degli anni Sessanta consisteva nel fatto che la prima aveva creduto nel socialismo e si era formata nel mito della Rivoluzione russa, mentre la seconda andava ancora cercando il suo orizzonte rivoluzionario.
In "Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento", uscito a cura di Marco Di Maggio per la Biblioteca di Historia Magistra, il gruppo degli storici collegato all’omonima rivista, ha provato a calare questo tipo di riflessione nella storia italiana del Novecento.
Come scrive Angelo d’Orsi nella postfazione, la Rivoluzione del ’17 costituì nello stesso tempo «un oggetto spesso oscuro del desiderio, che in quanto impossibile da raggiungere veniva denigrato, ovvero, all’opposto, esaltato».
Uno dei punti di forza di questa raccolta di saggi consiste nel mettere in luce in che modo le vicende sovietiche costrinsero tutte le culture politiche a prendere posizione confermando così la portata epocale di quegli eventi. Un altro è nella scelta della cronologia, che prende le mosse dagli effetti immediati della Rivoluzione – si vedano i saggi sul ’17 nel socialismo italiano, sulle reazioni dei nazionalisti e sugli articoli della «Civiltà Cattolica» – alle riflessioni di media e lunga durata.
Il panorama dei soggetti investigati spazia dalla Chiesa cattolica alla Nuova sinistra, passando per Giustizia e Libertà, quotidiani come la «Stampa» e il «Corriere della sera», il Movimento Sociale. Il focus principale però è sulle reti intellettuali legate al Pci e al Psi.
Nel secondo dopoguerra non è un caso che l’unità tra comunisti e socialisti, costruita durante la lotta al fascismo, coincida con una lettura comune dell’eredità del ’17 superando in qualche modo la radicalizzazione originaria che aveva portato alla scissione di Livorno.
Gli orientamenti si iniziano a divaricare invece dopo i fatti di Budapest del 1956 che spingono Nenni a marcare il legame tra le origini dell’Unione sovietica e la fase staliniana. Il conflitto sulla memoria segue poi il processo di erosione culturale e simbolica del socialismo reale scandito dalla repressione di Praga. Il passaggio del ’68, che avrebbe meritato una maggiore focalizzazione, segna un momento spartiacque. Da un lato, il Pci di Berlinguer, impegnato a salvare il legame con la matrice leninista valorizzando però la ricerca di una terza via per la «rivoluzione in Occidente». Dall’altro, una nuova generazione di rivoluzionari che contesta l’intrinseca debolezza di tale proposta ideologica e vive un rapporto ambiguo con la memoria dell’Ottobre: c’è chi ne custodisce l’ortodossia e, soprattutto, chi contesta il fallimento dei padri.
L’ultimo saggio, a firma di Di Maggio, chiude il cerchio e tira alcune conclusioni. Dallo spoglio della stampa degli anni Ottanta emerge piuttosto chiaramente l’affermazione, anche a sinistra, di un mainstream centrato sulla natura totalitaria di ogni processo rivoluzionario. Da questo punto di vista, il bicentenario della Rivoluzione francese è l’apice di un processo che coincide sul piano politico con la definitiva marginalizzazione del Pci. Manca forse però nel libro una prospettiva culturale in senso largo che domandi perché l’idea stessa di rivoluzione sembra essere scomparsa nella cosiddetta stagione del riflusso. Sull’archeologia del discorso comunista c’è dunque ancora molto da scavare a partire proprio dal mito delle origini.

- Alessandro Santagata - Pubblicato sul Manifesto del  7.7.2017 -